Investì Scarponi, tutto il suo dolore in una lettera scritta ai familiari del ciclista

A settembre Giuseppe Giacconi era tornato anche in possesso della patente, all’epoca sospesa, dopo l’istanza degli avvocati Fabrizio Panzavuota e Chiara Binnella

Michele Scarponi - BettiniPhoto

In questi mesi vi ho pensato molto, anzi sempre, e vi chiedo perdono per tutto il male che, anche non volendo, vi ho causato”. Con queste parole Giuseppe Giacconi cercava forse un po’ di sollievo da quel logorante dolore esploso nel suo cuore da quando, il 22 aprile 2017, aveva travolto col suo furgone, uccidendolo, Michele Scarponi, il campione di ciclismo originario di Filottrano. In una lettera spedita a novembre alla famiglia del compianto corridore dell’Astana, l’artigiano di 57 anni, scomparso l’altro giorno per una malattia, scriveva parole sofferte per cercare la pace in una vita segnata da troppe tragedie. Lui che, da quella volta, non si era dato pace per quel maledetto incidente. I carabinieri arrivati sul posto racconteranno di aver trovato l’atleta a terra senza vita e l’artigiano filottranese, in lacrime col cellulare in mano, appoggiato al suo furgone mentre ripeteva ossessivamente «Non l’ho visto, vi giuro che non l’ho visto». Ai giudici ha sempre detto di essere stato abbagliato dal sole, mentre su di lui pendeva l’accusa di omicidio stradale.

E a settembre era tornato anche in possesso della patente, all’epoca sospesa, dopo l’istanza degli avvocati Fabrizio Panzavuota e Chiara Binnella. “Prego per voi affinché il ritorno alla vita di tutti i giorni sia il più sereno possibile. Non so scrivere grandi parole, ma spero che un giorno, quando lo vorrete, potremo rincontrarci”. Quell’incontro non è mai stato possibile per colpa di quel male che nel frattempo cresceva dentro Giacconi. La stessa malattia che se lo è portato via insieme al suo più grande rimorso. 

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