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Cronaca Senigallia

Pagati una fame e costretti a vivere in un sottotetto, in due a processo per caporalato

Avrebbero sfruttato dei connazionali con stipendi a 5 euro all’ora per lavori agricoli

ANCONA - Doveva partire un anno fa il processo per caporalato, con l'udienza fissata e la lista testi già pronta ma solo in apertura di dibattimento era emerso che gli imputati, due pachistani residenti a Senigallia, non avevano mai ricevuto la chiusura indagini, in gergo tecnico il 415 bis. Così per due volte, una nel 2021 e una mercoledì, si sono ritrovati a dover affrontare l'udienza preliminare. Tutta colpa di un difetto di notifica che a marzo 2022 ha portato i loro avvocati, Ruggero Tomasi e Andrea Reginelli, a depositare un eccezione di nullità. Anche ieri, come nel 2021, i due imputati sono stati rinviati a giudizio per aver sfruttato migranti utilizzati poi in aziende agricole facendoli dormire in un sottotetto, con pessime condizioni igieniche, pagati una fame e sottraendo loro anche una parte della esigua busta paga che ricevano.

Con l'accusa di caporalato (intermediazione illecita) e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina inizierà il processo il prossimo 3 ottobre. L'imputato più grande, 57enne, difeso dall'avvocato Tomasi, era il titolare di una impresa individuale che reclutava la manodopera. L'altro, 27enne, difeso da Reginelli, suo collaboratore. I fatti, che fanno riferimento ad un periodo compreso tra luglio del 2018 e agosto del 2019, erano emersi a maggio del 2020, a seguito di una indagine e di un blitz fatto dalla squadra mobile di Ancona e dal Commissariato di Senigallia, in un casolare che si trovava in strada Brugnetto. In un sottotetto avrebbero abitato almeno 30 pachistani, stipati in un ambiente fatto di povertà e degrado per i quale avrebbero anche pagato un affitto. Per l’accusa assumevano ed impiegavano operai agricoli e florovivaisti, per lavori presso terzi, corrispondendo loro retribuzioni discordanti da quelle previste dai contratti collettivi nazionali e inadeguate rispetto alla quantità del lavoro prestato. Gli sfruttati avrebbero lavorato 200 ore mensili a tariffe inferiori a 5 euro all'ora.

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