Sui figli di Jennifer cala il silenzio: «Ci vietano di vederli, si scorderanno di noi»

Ai familiari dei bambini viene negata anche la consegna dei regali di compleanno. I legali: «C'è occlusione totale, vogliamo capire perché»

Simona Veronese

Prima l’appello della nonna materna, ora il grido di dolore della nonna paterna e della zia Simona. E’ una battaglia comune quella dei familiari di Michelle e Thomas, i figli di Jennifer Giuliani, la ragazza uccisa da un infarto un anno fa in una casa di Porto Recanati. Di quei bambini, dicono nonna e zia, non si riesce più a sapere nulla dall’ottobre del 2018. Nove mesi fa infatti i bambini, rimasti orfani della mamma e con il papà allora agli arresti domiciliari (è tornato libero lo scorso febbraio), sono stati trasferiti da una struttura protetta del maceratese in una di Roma per competenza territoriale: il nucleo familiare aveva la infatti la residenza anagrafica nella Capitale e i magistrati del Tribunale per i Minori di Ancona hanno passato gli atti ai colleghi romani. Quel trasferimento, per zii e nonni, ha segnato l’inizio di un calvario, perché se fino ad allora la nonna era riuscita a vedere i piccoli in 8 incontri protetti con tanto di relazioni positive dagli assistenti sociali marchigiani, a Roma quelle richieste vengono puntualmente respinte. A lei come al resto della famiglia. La donna, che vive a Porto Recanati, ha chiesto di poter restare in anonimato per via della professione che svolge e ha affidato la sua battaglia all’avvocato Francesca Risito. Simona Veronese, la sorellastra di Jennifer, è rappresentata dal legale Federica Battistoni.

La vicenda giudiziaria

I legali sottolineano che in passato Jennifer aveva presentato una denuncia per maltrattamenti contro il marito, poi ritirata. Il procedimento è andato avanti d’ufficio e l’uomo è stato condannato anche in Appello a 2 anni e 8 mesi. Da qui gli arresti domiciliari. Sufficiente per negare l’affidamento dei bambini e addirittura le visite a nonni, zii e allo stesso papà?: «Sulla figura del padre è giusto che ci sia una lente di ingrandimento, anzi siamo noi a chiederla- commenta la Risito per conto della nonna- ma il resto dei familiari non c’entra nulla, nessuno ha precedenti penali». Non solo. A dicembre il Tribunale di Roma ha chiesto il riconoscimento dello stato di abbandono per i piccoli, condizione che se dovesse essere riconosciuta dal giudice potrebbe aprire la procedura di adottabilità. Una vicenda surreale, dicono i legali, per la mancanza di risposte e le modalità con cui è stata affrontata dal Tribunale: «Al momento della richiesta i bambini erano nella struttura protetta a causa di un evento naturale e quindi la condizione di abbandono non sussisteva. Per essere decretata poi deve essere accertato che non ci sono familiari a cui affidare i bambini oppure che non siano idonei». Entrambi i nonni materni, i due fratelli di Jennifer, la nonna paterna e lo stesso papà si sono invece inseriti nel procedimento per chiedere l’affidamento e, ancor prima, lil ripristino degli incontri protetti: «Non sono stati neppure valutati nelle loro capacità genitoriali- ha spiegato la Risito- non ci interessa chi dei parenti prenderebbe l’affidamento, abbiamo prodotto denunce dei redditi, aperto le case affinché gli assistenti sociali venissero a verificare e tutti i familiari si sono resi disponibili a pagare le consulenze. Simona e la nonna si erano dichiarate disposte anche ad andare a Roma ogni 15 giorni per sottoporsi alle valutazioni. Tutto questo avrebbe dovuto però disporlo il Tribunale prima ancora di presentare l’istanza, perché solo all’esito di tutto questo si può decretare uno stato di abbandono».

«Si dimenticheranno di noi»

Il tempo passa, le visite vengono negate e ora nonna e zia hanno paura. «Di cosa? Del fatto che i bambini possano dimenticarsi di noi- ha detto Simona- che possano pensare che dopo la morte della mamma nessuno della famiglia paterna o materna si voglia più occupare di loro, invece non possono neppure sapere che tutti noi combattiamo ogni giorno per loro». Simona parla stringendo in mano un cuore con raffigurato il volto di Jennifer e la scritta: “Siete i miei amori”. Nell’altra mano trattiene un palloncino a forma di numero sette che doveva essere il regalo per il compleanno di Michelle: «Volevo farli avere ai bambini, ma da Roma non ci permettono neppure di recapitare dei regali per interposta persona». Le fa eco la nonna: «Nella casa famiglia marchigiana era possibile portare anche le lettere del papà insieme a vestiti e regali. A Roma non è consentito a nessuno». Le uniche poche informazioni arrivate sono quelle che il tutore ha esposto verbalmente nelle udienze del 18 febbraio e 15 aprile: «Non abbiamo neppure modo di verificarle, perché nessuno può incontrare questi bambini- commenta la Battistoni- c’è una chiusura totale a ogni contatto dei parenti. Qui la famiglia d’origine c’è, è presente, e se ha delle difficoltà va aiutata prima di essere scartata perché è un obbligo di legge». Il tempo intanto corre, dall’ultima udienza non è stato emesso alcun provvedimento e i legali spiegano di avere le mani legate: «L’unica cosa che posso fare è scrivere una lettera alla presidente del Tribunale per chiederle una verifica sulla regolarità dei tempi e su un eventuale disguido nella comunicazione dei provvedimenti- conclude la Risito- siamo come in un feudo di alligatori e noi non riusciamo a passare. AI bambini non serve una famiglia migliore, ma semplicemente una famiglia e in quel Tribunale questo concetto è passato male. Se tutta questa procedura è corretta ne prendiamo atto, ma lo vogliamo scritto su un atto che possiamo impugnare».

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