Luca è morto per meno di mille euro al mese: «Troppi rischi per i vigilantes, ecco perché»

Parla il segretario provinciale Filcams Cgil Ancona Giorgio Paterna che, dopo la morte del vigilante, spiega quale siano le carenze in termini di sicurezza sul lavoro di chi fa la guardia giurata

Giorgio Paterna

«E’ necessario mantenere alta l’attenzione perché, ad un anno dalla morte di Luca Rizzeri, quello che è successo l’altra sera sulla stessa banchina del porto è una coincidenza drammatica e perché il tema della sicurezza sul lavoro ha bisogno di essere sempre tenuto vivo, soprattutto quando si parla di vigilanza, dove i lavoratori si assumono un margine di rischio maggiore di altri. Da quello che ci risulta, in quel posto specifico del porto non c’era una carenza di sicurezza rispetto a ciò che prevede la legge, però c’è una vita spezzata e, anche fossero state rispettate tutte le norme, qualcosa è mancato perché non si può morire per fare il proprio lavoro.  Per questo domani saremo in presidio: per chiedere che non si abbassi la guardia sulla sicurezza dei lavoratori. Il rischio sul posto di lavoro deve essere zero». 

Parla così il segretario provinciale Filcams Cgil Ancona Giorgio Paterna che, dopo la morte di Luca Bongiovanni, spiega quale siano le carenze in termini di sicurezza sul lavoro di chi fa la guardia giurata. «Non siamo in grado di attribuire responsabilità in questo specifico evento drammatico ed è un lavoro che lasciamo agli inquirenti, però sicuramente la vigilanza è un settore che merita molta attenzione, non solo in porto». Ed è anche per questo che domani mattina si terrà un presidio dei sindacati all’ingresso principale del porto di Ancona (Varco repubblica).

«Chi fa il vigilante è esposto a situazioni di rischio per professione, sia essa privata che pubblica. E’ un lavoro di alta responsabilità perché sono incaricati di pubblico servizio, possono essere guardie armate e per tutto questo hanno delle retribuzioni troppo basse perché parliamo di 1.200 euro lorde per chi usa l’arma e ha un contratto full time. Se a questo togliamo la contribuzione e il fisco, restano appena mille euro per l’armato, che è esposto a maggiori rischi. Per chi no ha l’arma, andiamo anche sotto i mille euro».

Questo che cosa ha a che fare con la sicurezza? «Non avere una retribuzione sostenibile significa non avere una vita adeguata, significa utilizzare l’uso degli straordinari come esigenza e un eccesso di straordinari comporta un aumento della pesantezza e dunque anche un aumento del rischio». 

Quindi il problema è il costo del lavoro o comunque i costi che deve sostenere l’azienda di vigilanza privata. «In questo settore i costi legati al lavoratore sono una voce importante nei bilanci delle aziende di vigilanza, su cui si gioca una competizione sfrenata e a pagarne le conseguenze sono i lavoratori.

Le aziende di vigilanza privata andrebbero a risparmio? «Non è questo il caso specifico, ma in generale, nei cambi di appalto, si cerca di risparmiare sugli scatti di anzianità o i livelli di crescita del dipendente. Ma la cosa che a me ha sempre preoccupato di più sono i risparmi sui costi fissi come le manutenzioni delle auto di pattuglia o sulle ore di lavoro».

Cosa significa risparmiare sulle ore di lavoro? «Che se ho tanti turni da coprire, invece di assumere, faccio fare più turni di lavoro alle stesse persone. Noi abbiamo casi di guardie giurate che fanno anche 15 ore di lavoro al giorno, senza incappare in problemi perché vengono spezzati nelle 24 ore di cui è formata la giornata, evitando così che vengano pagate come straordinari. Altro problema è il vestiario, su cui ci sono indicazioni questorili, ma capita che le aziende non consegnino il corretto vestiario, andando a risparmiare anche sulle calzature».

Dunque sono le aziende che non investono sul personale. «Nelle Marche ci sono aziende serie, che rispettano tutti i dettami di legge e aziende meno serie». 

E domani voi della Cgil, insieme a Fisascat-Cisl e Uiltucs, sarete in porto per chiedere “una attenzione specifica ai fattori organizzativi ed ai rischi di “interferenza”, che sono quelli rivelatisi più pericolosi”. Quali sono i fattori organizzativi e le interferenze di cui parlate? «In primis si fa riferimento all’organizzazione del lavoro che è cruciale per ridurre al minimo i rischi insieme all’implementazione dei sistemi di sicurezza».

Quale è secondo lei la prima cosa da fare in questo senso? «Mantenere un presidio di monitoraggio delle misure di sicurezza e una costante verifica di adeguatezza delle stesse, senza far passare troppo tempo tra una verifica e l’altra». 

Ve ne occupate voi come sindacato? «C’è una commissione che fa da raccordo tra porto, aziende e sindacati».

E le interferenze cosa sono? «Nel porto ci sono tanti lavori diversi: il vigilante, il portuale, il ferrotranviere, il camionista, l’operatore di polizia e tutti questi soggetti lavorano tutti insieme nella stessa zona con mansioni diverse. L’intersezione tra questi lavori è di per sè un'interferenza. Quando l’autista del camion entra nella banchina, segue una procedura propria del suo lavoro che può interferire con quella del vigilante che magari ha il compito di fermarlo per un controllo. Le interferenze non sono un problema di per sé, ma possono creare della criticità che vanno ridotte al minimo».

Poi con il Coronavirus sarà peggiorato tutto. «Ha portato ad un incremento dei servizi di vigilanza perché adesso, oltre al controllo fiduciario, c’è il contingentamento degli ingressi, la misurazione della temperatura. E poi, paradossalmente, la chiusura dei tanti uffici, che prima erano sorvegliati solo di notte, ad una sorveglianza h24, aumentando ulteriormente il carico di ore di servizio».

Dunque un ulteriore aggravamento dei turni per un personale già appesantito come diceva prima? «Sì, lo stress è stato maggiore ma dopo la pandemia, è corretto dirlo, sono sensibilmente cresciuti gli organici di vigilantes nelle ditte». 

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