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Cronaca

Meglio fare l’influencer che il pizzaiolo: presi d’assalto i corsi formativi per social media manager

Il miraggio dell’impiego creativo e ben remunerato nell’ambito della comunicazione social affascina i giovani. I corsi formativi promossi dalle associazioni di categoria fanno il boom di iscrizioni. Ma una volta presa l’abilitazione, il lavoro in quel settore non c’è

ANCONA - La figura del social media manager è a tutti gli effetti entrata nel mondo delle professioni istituzionalizzate. Occorre formarsi adeguatamente per svolgere quel ruolo ai fini di migliorare la comunicazione e il posizionamento di enti e aziende. Oggi l’utilizzo dei social media ai fini lavorativi è imprescindibile. Nei corsi di laurea si affacciano esami specifici sul marketing e la comunicazione digitale. Dunque i social media hanno di fatto cambiato la società. Hanno imposto nuovi modelli. Però hanno anche gettato un po’ di fumo negli occhi delle nuove generazioni. L’illusione dei soldi facili lavorando nel mondo dei social è testimoniata dalla grande richiesta di iscrizione ai corsi formativi professionalizzanti organizzati dalle associazioni di categoria. 

Miraggio social

Oltre ai tradizionali corsi per diventare pizzaiolo, cuoco, aiuto cuoco, si sono inseriti quelli per social media manager, digital marketing e via discorrendo. Risultato: «facciamo fatica a chiudere i corsi tradizionali, mentre sugli altri c’è l’arrembaggio» conferma Massimiliano Polacco, direttore generale di Confcommercio Marche. Ma la domanda fondamentale è: c’è uno sbocco professionale per chi sceglie di formarsi nel mondo della comunicazione digitale? «Ci sarebbe pure - spiega Polacco - non fosse, però, che si tratta quasi sempre di impieghi consulenziali, che hanno una durata temporanea a seconda degli incarichi e prevede quasi sempre che il professionista sia dotato di una partita iva». Discorso differente, invece, per chi volesse entrare nel mondo del lavoro indossando la divisa bianca dello chef o del pizzaiolo. «Lì l’assunzione si trova quasi subito, vista la fame di personale che c’è oggi in quel tipo di imprese» sottolinea Polacco. E, tra l’altro, il più delle volte sono contratti a tempo indeterminato. 

La cultura del lavoro

Dunque sono cambiati i parametri con cui le nuove generazioni valutano la cultura del lavoro. Del resto si comincia a leggere di paesi europei che sperimentano la settimana lavorativa di quattro giorni. Si parla sempre di più di qualità della vita, e sempre meno di sacrificio. Anche perchè chi l’ha detto che la parola sacrificio declinata sul lavoro debba per forza avere un’accezione positiva? «Però bisogna ripartire dal valore del lavoro - replica Polacco -. Questo Paese si sta impoverendo. Le aziende strutturate stanno calando e sono quelle che assumono. La nostra economia sta crollando, perchè manca gente che vuole lavorare. Manca la propensione al valore dell’impresa». Quindi da una parte i messaggi fuorvianti sulla prospettiva di lavori comodi e ben retribuiti da poter fare seduti al pc, credendo che là fuori ci sia la fila di enti e aziende pronte ad investire sul prossimo social media manager. Dall’altra uno sbilanciamento che comincia già al momento della scelta sulla formazione scolastica: i licei aggiungono classi per rispondere alla crescente domanda di iscrizioni, a dispetto degli istituti tecnici che che segnano un trend al ribasso. 

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