Sabato, 19 Giugno 2021
Cronaca

Focus immigrazione, se l'integrazione non basta: se ne va il clochard del porto

Dopo 40 in Italia era diventata questa casa sua mentre il Marocco, sua vera terra di origine, era una patria sconosciuta per Mustafa. La sua storia era già saltata alla ribalta delle cronache locale dopo aver minacciato di suicidarsi al porto

Mostafa Karam

L’opinione pubblica si accorse di lui quando saltò sulla ribalta delle cronache, dopo essersi arrampicato su una gru della banchina 1 del porto di Ancona vicino Fincantieri, minacciando il suicidio. Ma quello fu solo l’ultimo atto dell’esperienza di Mostafa Karam, 55 anni originario del Marocco che, dopo aver lavorato regolarmente nel nostro paese per una vita, dovette tornare in patria nell’Aprile 2014. Senza un lavoro e con un permesso di soggiorno in scadenza, non ci sarebbe stato futuro. Eppure lui aveva lavorato per tanti anni. Cosa è successo? Un brutto incidente a fine anni ’90 che lo costrinse a cambiare vita, poi la crisi economica e infine la sua fragilità umana, che fece il resto. Subito dopo il ritorno della sua famiglia in Marocco, Mostafa iniziò a scivolare nell’abuso di alcool e nell’”assuefazione” alla vita da vagabondo. Iniziò così la sua vita da clochard al porto dorico, fino alla sofferta ma obbligata scelta di lasciare l’Italia. «Dopo 40 anni di lavoro onesto in Italia non c’è più niente per me qui. Ti pare giusto? Me ne torno in Marocco» disse con le lacrime agli occhi ai giornalisti nel marzo 2014. 

STORIA. Per lui la più grande ingiustizia non fu tanto quella di vivere in mezzo ad una strada, quanto quella di aver lavorato regolarmente in Italia per anni per poi ritrovarsi ad affrontare una vita di stenti. Arrivò in Italia negli anni ’70 per cercare fortuna. Per 10 anni fece il bracciante nei campi del foggiano, alla fine degli anni ’80, insieme ai suoi cari, si spostò a Macerata per fare il carpentiere metallico. Andava tutto alla grande, fino a quel maledetto giorno, quello in cui precipitò da un’impalcatura di 7 metri, lesionandosi in modo permanente le gambe. Dovette lasciare il lavoro, mentre la sua famiglia era tornata in Marocco. Mostafa tentò di ricominciare girando le Marche con una bancarella di intimo, ma il suo fisico stava cedendo. Non riusciva più a camminare e la sua unica possibilità divenne la strada, più precisamente un casotto dell’Enel vicino all’arco di Traiano. Diventò un senzatetto, uno ai margini, passando gli anni successivi a sopravvivere tra le mense per i poveri e gli ospedali. Fu “adottato” da diverse persone, tra cui anche i pompieri del distaccamento porto di Ancona. A fine 2013 furono proprio loro a lanciare l’allarme per salvarlo dal grande freddo previsto per quel periodo. Le temperature scesero sotto lo zero. Un gelo che mise a repentaglio la vita del marocchino, tanto da costringerlo anche ad un ricovero in ospedale. Nel frattempo la Questura di Pesaro non gli rinnovò il permesso di soggiorno.

Una storia, quella di Mostafa, capace di smuovere le coscienze dei cittadini. Nel dicembre 2013 anche il vescovo Edoardo Menichelli si espresse sulla vicenda parlando di “un caso particolare, capace di toccare il cuore della città, a cui viene offerta l’occasione di poter essere più sensibile”. Qualcuno quella sensibilità la dimostrò. Scattò così la gara di solidarietà per Mostafa da parte di vari cittadini, che portarono nel suo casottino beni di prima necessità di vario genere. Anche alcune associazioni di volontariato si mossero per convincerlo a lasciare la vita da clochard. “Il problema è che lui non ha mai accettato nessun progetto per tutta una serie di motivi” aveva spiegato l’operatrice Caritas Fabiola Sanpaolesi al tempo, quando già si parlava di aiutarlo a tornare in patria. Ormai il marocchino era sprofondato in una condizione depressiva che lo aveva portato a rifiutare qualsiasi aiuto da parte di chi lo voleva salvare dalla strada. «Lui non riesce a venire, non ce la fa - disse il responsabile dei servizi Caritas Simone Breccia - E’ una di quelle situazioni in cui si cerca di fare qualcosa, ma che passano per la volontà personale e lui si sta lasciando andare completamente, rigettando tutte le proposte». 

RITORNO. Il 23 aprile 2014, Mustafa ha potuto accedere al suo fondo pensione grazie all’interessamento dei funzionari Inps. Poi ha preso un aereo da Roma per tornare a Casablanca. Con 1.000 euro in tasca, Mostafa ha ricominciato daccapo. Ha riabbracciato la moglie e i suoi figli, ma resta l’amaro per la fine di una storia che lui stesso ha vissuto come un fallimento personale. Ma che forse è anche il fallimento di una comunità. 

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