Da immigrata invisibile a impiegata, la lotta di Afeza: «Così ho sfidato il razzismo ad Ancona»

«Se devo scegliere una parola per descrivere gli anconetani scelgo "diffidenti". Lo vedo sui miei figli, mi hanno raccontato spesso come sul bus c'era chi li guardava male dicendogli di andate a casa loro

Afeza Chumroo

Da Mauritius ad Ancona. Ha lavorato come badante prima di vincere un concorso all’Inrca per diventare riferimento dello sportello ticket. Afeza Chumroo, 54anni di cui 33 vissuti nel capoluogo marchigiano, parla sei lingue e oggi impiegata all’Istituto sanitario. E’ un esempio di integrazione, ma l’affetto degli anconetani se l’è guadagnato versando lacrime. Oggi Afi, come la chiamano gli amici, è cittadina italiana, mediatrice culturale e punto di forza del suo ufficio. Il lavoro a contatto con il pubblico però la mette a dura prova ancora oggi. «Dalle persone che vengono allo sportello mi sono sentita dire di tutto. Frasi del tipo “Chissà cosa avrai fatto per avere quel posto» - ha raccontato la donna. L’ultimo caso di razzismo risale a venerdì scorso: «E’ venuto un signore allo sportello, ho detto “buongiorno”, lui non mi ha risposto. Mi ha solo detto “ha un buon posto lei…” io gli ho risposto “perché sono italiana” ed è stato zitto». Pochi mesi fa si è presentato un ragazzo con un’impegnativa illegibile, lei gli ha chiesto la tessera sanitaria e lui ha risposto: “Certo, perché lei non sa leggere l’italiano”. 

La filosofia buddista, il sorriso e l’autoironia le hanno sempre permesso di non rispondere alle provocazioni. E allora con quali occhi una persona venuta da lontano vede Ancona e gli anconetani? «Se devo scegliere una parola per descrivere gli anconetani scelgo “diffidenti”. Lo vedo sui miei figli, mi hanno raccontato spesso che sull’autobus la gente li guardava male e a volte dicevano “andate a casa vostra”. Ma casa loro è Ancona e l'Italia anche se da pochi mesi lavorano entrambi in Inghilterra. «Quando facevo la badante, finché non ho vinto il concorso all’Inrca come coadiuvatore amministrativo, ero invisibile per gli italiani- racconta Afeza- ho fatto anche la bidella part-time ed ero felice di lavorare, anche se davo per scontato che non sarei mai arrivata a fare una professione più gratificante a livello sociale. Un ufficio? Me lo sognavo». La svolta nel 2000. «Al concorso per il posto all’Inrca c’erano 21 partecipanti, quando sono arrivata prima mi sono messa a piangere, anche perché ero arrivata davanti a gente che lavorava da prima di me». L’unico aiuto, lei che ha studiato per diventare maestra di religione, lo ha ricevuto dalla sua cultura e dalla conoscenza delle lingue: inglese, francese, urdu, creolo, arabo, hindi e naturalmente l’italiano. 

Qualcuno però non la pensava così e non solo i pazienti che si presentavano allo sportello. «All’ufficio erano tutti italiani e all’inizio ero malvista. Mi impegnavo per imparare e migliorare, ma se c’era un errore ero stata io perché per loro non capivo l’italiano. In giro per il corridoio sentivo colleghi chiedersi chissà come ero riuscita ad avere quel posto. Andai dalla direttrice, le dissi che volevo tornare a fare l’ausiliaria, accompagnare le persone in sedia a rotelle, perché almeno in quel ruolo non avevo mai ricevuto insulti». Poi ha lavorato su se stessa e oggi in ufficio Afeza é la numero uno per tutti e l’Inrca oggi è la sua seconda famiglia. Da un anno presta servizio anche come mediatrice culturale insieme a sua sorella Naazbi, offre assistenza a pakistani, indiani e africani sia al consultorio famigliare che in ospedale. Spesso si confronta su tematiche religiose. E’ musulmana, ma mette in chiaro: «Nel Corano non c’è scritto devi uccidere chi non si converte. C’è scritto che si deve avvicinare più persone possibile alla fede, ma il concetto di uccidere in nome di Allah non esiste affatto». Ogni giorno Afeza attende l’ora in cui prenderà servizio allo sportello e sa che il razzismo mascherato da maleducazione è sempre dietro l’angolo. «Mi sveglio la mattina, affronto la giornata con il sorriso e mi faccio scivolare tutto addosso».

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