Rigopiano, i parenti delle vittime sotto la Procura: «Basta silenzio»

«Siamo rimasti zitti fino a questo momento, ora basta», dice a Today Gianluca Tanda, che guida il "Comitato vittime di Rigopiano"

Su Rigopiano e sulle 29 vittime che sono rimaste sepolte sotto neve e detriti da mesi c'è solo silenzio. «Perché questo silenzio?», si chiede Gianluca Tanda, fratello di Marco, 25enne di Castelraimondo morto nel disastro, e che ora è a capo del "Comitato vittime di Rigopiano". I legali dei familiari delle persone coinvolte nella tragedia di Farindola saranno ricevuti dal procuratore capo della Repubblica di Pescara, Massimiliano Serpi, e dal sostituto procuratore Andrea Papalia. L'appuntamento è alle 14, mentre fuori, davanti al palazzo della Procura di Pescara, si riuniranno i parenti delle vittime, per una protesta pacifica ma ferma. 

«Sono quasi nove mesi che attendiamo in silenzio. Siamo rimasti zitti fino a questo momento», dice Gianluca Tanda a Today. «Vogliamo che i nostri avvocati possano iniziare a lavorare. Non possiamo venire sempre a sapere le cose dalla stampa. L'unico incontro ufficiale che abbiamo avuto è stato quando ci hanno comunicato i nomi dei morti e dei sopravvissuti e si sono pure sbagliati», commenta amaro, ricordando il triste caso di Stefano Feniello, finito inizialmente nella lista ufficiale dei sopravvissuti individuati sotto le macerie e poi invece risultato tra le vittime. 

Chiede chiarezza Gianluca Tanda, a partire dall'inchiesta che finora ha visto diverse persone finite nel registro degli indagati («Esiste la presunzione di innocenza, però vederli ancora lì al loro posto dopo che si sono dimostrati per noi incapaci è difficile»), sia per quanto riguarda i tempi e le modalità della bonifica del sito. Anche su questo c'è silenzio. «Da tempo chiediamo informazioni su questo. Vogliamo assistervi e vogliamo sapere quali mezzi saranno impiegati: potrebbero essere trovati oggetti personali dei nostri cari ma anche delle nuove prove». 

Tanda, come Giampolo Matrone (l'ultimo dei sopravvissuti della valanga salvato dai soccorritori) e come tanti altri, denunciano a pieni polmoni di essere stati abbandonati. «Nessuno ci ha seguito, mi sarei aspettato uno Stato più presente dopo. Ancora bisogno di aiuto». Ma questo non è più il momento di piangere. «Mai più commemorazioni, ora basta piangere davanti alle telecamere. Ora devono piangere gli indagati e quelli che ancora non sono stati indagati ma avrebbero dovuto esserlo», dice Tanda. 

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