Ginevra Di Marco: «Cantare qui? Una garanzia. Mai un pubblico così attento»

La cantautrice fiorentina rappresenta l'emblema dell'artista indipendente e canta temi sociali e politici da oltre vent'anni. Sarà uno degli ospiti al festival dedicato al rock anni '90 alla Mole e ci racconta le sue emozioni pochi giorni prima di salire sul palco

Ginevra Di Marco

Dal 13 al 16 settembre La Mole ospita La mia generazione festival, un’esperienza immersiva nello spirito del rock nostrano anni ‘90. Tra i tanti ospiti venerdì 14 settembre alle 21.30 sarà presente Ginevra Di Marco, cantautrice fiorentina ed ex voce del C.S.I, gruppo nato dalle ceneri della storica band punk CCCP. Il progetto che si tiene nella città dorica rappresenta solo uno dei molti impegni dell'artista da sempre dedita alla stesura di testi impegnati, che si occupano di temi civili e politici, con occhio sensibile e originale. La sua passione trapela da ogni frase e, nel raccontare la sua storia, Ginevra racconta anche il suo universo, fatto di famiglia, amore e musica fatta con una voce dolce e feroce al contempo, capace di intrattenere, emozionare e far riflettere il pubblico ancora dopo anni.

"La mia generazione festival" ruota tutto intorno alla musica e al periodo d’oro del rock indipendente italiano: gli anni ’90. Cos’hanno rappresentato per lei questo periodo? Se potesse ricordare un solo momento di questo periodo quale sarebbe?

«Gli anni ’90 li ho vissuti completamente e in maniera appassionata. Ci sono stati tanti bei momenti, questo decennio l’ho attraversato ed amato fino in fondo. Sono stata all’interno del Csi (Consorsio suonatori indipendenti), dove ho iniziato la carriera di cantante agli inizi degli anni ‘90 fino al 2001, quando poi la storia si è chiusa ma si sono aperte nuove strade. Ho avuto la fortuna di poter creare, scrivere e interfacciarmi con una certa intelligentia intellettuale. Io venivo da piccole esperienze fiorentine e a 23 anni mi sono trovata proiettata in un mondo nuovo, calcando palchi importanti a facendo tournée. E’ stata la base su cui ho fondato tutto il mio percorso venuto dopo».

Quando hai saputo del festival cos’ha pensato?

«Ero entusiasta e ho accettato subito. Avevo già partecipato ad eventi e kermesse organizzate da Mauro Giovanardi (direttore artistico del festival ndr). Alcuni degli ospiti presenti in quei giorni sono amici e persone con cui mi sento tuttora, una di loro è Cristina Donà. Con lei c’è una vera amicizia e facciamo concerti insieme. Siamo sempre state due sensibilità molto affini e adesso che ci ritroviamo e ci intrecciamo la cosa è davvero molto interessante. Quello ad Ancona è uno spazio totalmente condiviso: sul palco ci vengono dati 40/45 minuti a testa, ma faremo sicuramente delle canzoni insieme».

E’ mai stata ad Ancona? Si è mai esibita in questa città?

«Sì, mi sono esibita tante volte sia in città che in provincia. Sono molto affezionata a questo luogo e trovo che il pubblico sia davvero curioso e attento. Devo dire che avere una platea come quella di Ancona è un vero e proprio punto di riferimento e un onore. Non è facile trovare un calore simile in altre regioni d’Italia».

Lei rappresenta al meglio la figura della cantautrice alternativa al circuito musicale di massa, come si vive in questi panni oggi?

«Benissimo, è l’unico modo che ho per essere me stessa. Ho sempre voluto fare musica perché è un linguaggio che mi appartiene e credo che la cultura sia il primo tema da inserire nelle canzoni. Certo, queste scelte non sposano bene con il mercato tradizionale, ma credo che ognuno abbia il suo senso di essere. Io mi trovo bene in una realtà indipendente ed è questo il mio vestito, magari un’altra persona veste altri panni e si sente a proprio agio così».

La scena indipendente italiana in questi ultimi due anni ha visto una sorta di rimonta. Come la vede il suo occhio esperto? C’è qualcuno che le piace ascoltare e che crede avrà una bella ascesa?

«Ovviamente il mio sguardo è già quello del “vecchio” che guarda il giovane. Ci sono un sacco di bravi musicisti, ma quello che manca un po’ è il colpo d’occhio sul mondo. Molti artisti raccontano il loro piccolo universo, la loro “stanzetta” fatta da un circuito emozionale piuttosto ristretto. Quello che consiglio a loro quando li conosco è cercare di buttare un occhio critico sul mondo, capire e suscitare dei ragionamenti. Penso che Brunori abbia colto questo tipo di ragionamento e abbia gettato sul suo ultimo album un bell’occhio critico sul genere umano e sui suoi limiti. La musica deve essere un mezzo divertente, bello, allegro ma anche utile per far ragionale le persone».

Ha dedicato un album alla celebre Mercedes Sosa, cantante argentina simbolo della lotta contro la dittatura militare: cosa rappresenta per lei questa figura?

«Ho voluto omaggiare una grande donna e artista nonché una persona che ha investito tutta la sua arte in difesa dei diritti civili. Era un talento musicale ma anche una donna che ha fatto scelte importanti, che le sono costate carissime e infatti ha visto crescere suo figlio lontano da lei e ha avuto una coerenza feroce verso i suoi ideali. Sosa ha sempre mescolato questa sua dolcezza con una forza e un coraggio fuori dell’umano. Una donna bella, che bisognerebbe cantare per sempre. Mi piace far sì che si possano conoscere personaggi di questa levatura, ne abbiamo bisogno e secondo me dovremmo ascoltarli per sempre»

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