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Cronaca

Da Ancona alla Cina, scoperta maxi frode fiscale per 150milioni di euro: 18 indagati, un arresto

La rete di imprese era gestita da un'organizzazione criminale, che tra il 2022 e lo scorso febbraio avrebbe emesso fatture false per 150milioni di euro utilizzate da oltre 600 imprese localizzate sul territorio italiano. Indagine partita dall'anconetano

CORINALDO - La rete di imprese era gestita da un'organizzazione, che tra il 2022 e lo scorso febbraio avrebbe emesso fatture false per 150milioni di euro utilizzate da oltre 600 imprese localizzate sul territorio italiano. L'evasione dell'Iva accertata dai militari della Guardia di Finanza è stata pari a 33 milioni di euro, un potenziale risparmio illecito sulle Imposte Dirette superiore a 28 milioni di euro e il conseguente riciclaggio dei proventi illeciti. Nel corso delle indagini, condotte dalla Tenenza della Guardia di Finanza di Senigallia, sono state denunciate 18 persone per emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, infedele ed omessa dichiarazione, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e autoriciclaggio, di cui 3 italiani e i tutti gli altri cinesi. Uno dei principali responsabili, una donna cinese, è stata sottoposta agli arresti domiciliari. 

L'indagine 

L’attività investigativa è stata denominata “Fast & Clean”, per la velocità con cui le operazioni illecite venivano portate a termine, garantendo la ripulitura del denaro attraverso la simulazione di operazioni commerciali mai avvenute. Le modalità adottate assicuravano agli imprenditori coinvolti, italiani e cinesi, l’immediata disponibilità del profitto della frode fiscale. Tra le imprese utilizzatrici delle fatture false ce ne sono alcune operanti nel settore edile, che risultano cessionarie di crediti di imposta derivanti dai bonus edilizi.  L’attività di indagine ha consentito di intercettare e bloccare le somme in transito sui conti bancari prima che venissero trasferite all’estero. Sono stati eseguiti 10 perquisizioni, che hanno consentito il sequestro di ingenti somme di denaro contante, preziosi, orologi ed altri beni di pregio. Eseguito anche un sequestro preventivo per equivalente dell’importo di 33 milioni di euro, che ha riguardato conti correnti bancari, autovetture di pregio, uno stabilimento di produzione tessile del valore di 150.000,00 euro, denaro contante per circa 30.000 euro oltre a lussuosi orologi, gioielli ed altri beni di pregio e 9 unità immobiliari del valore complessivo di oltre 1 milione di euro.  Sono state sottoposte a sequestro preventivo 15 imprese. L'indagine nasce da un controllo fiscale e antiriciclaggio eseguito dalla Tenenza della Guardia di Finanza di Senigallia ad un imprenditore cinese “terzista” del distretto industriale del tessile di Corinaldo. Secondo quanto ricostruito l’opificio, simulando costi fittizi, aveva utilizzato numerose fatture per operazioni inesistenti, emesse da imprese riconducibili a persone cinesi.  Non era un caso isolato, bensì costituiva il terminale di un sistema ben strutturato, che garantiva a molteplici beneficiari, imprenditori italiani e cinesi, di evadere le imposte e riciclare il denaro mediante trasferimento all’estero. 

I flussi di denaro

Seguendo i flussi finanziari che dall’opificio di Corinaldo si ramificavano verso il Nord Italia, è stata, infatti, ricostruita la rete di imprese fantasma che emetteva fatture false. Sono state così identificate15 società cartiere: imprese prive di sede e struttura fisica, intestate a soggetti prestanome, con sedi di fantasia, localizzate solo in apparenza presso grandi centri commerciali in Lombardia o Toscana, che si nascondevano all’ombra di aziende strutturate da cui “mutuavano” parte del loro nome e l’ubicazione della sede. Scopo della loro costituzione, secondo le indagini, era quello di emettere fatture false che, tramite intermediari, venivano proposte ad imprenditori italiani e cinesi per evadere il fisco. 

Il modus operandi

La società cartiera emetteva la fattura falsa e indicava al destinatario gli estremi del conto corrente italiano su cui eseguire il bonifico per il pagamento. Giunto l’accredito, il gestore della cartiera disponeva un bonifico estero di pari importo su di un conto corrente di una banca cinese, giustificando l’operazione a titolo di pagamento di corrispettivo per operazioni di importazione di prodotti, in realtà mai avvenute. L’importo complessivo delle somme trasferite all’estero dalle società cartiere risulta essere pari a circa 150 milioni di euro.  Gran parte dell’importo bonificato dall’utilizzatore della fattura falsa, trasferito in Cina, veniva restituito allo stesso imprenditore in denaro contante che gli veniva consegnato da “corrieri”. 
 

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