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Venerdì, 1 Luglio 2022
Cronaca

Falsi crediti d’imposta per mezzo miliardo, indagati commercialisti e imprenditori

Indagine partita da Rimini ma ramificata in tutta Italia. Perquisizioni e sequestri anche nelle Marche

Falsi crediti d’imposta per 440milioni di euro, nei guai commercialisti e imprenditori. Perquisizioni e sequestri in corso anche nelle Marche. In queste ore le Fiamme Gialle stanno eseguendo un provvedimento del G.I.P. presso il Tribunale di Rimini con cui sono state disposte 35 misure cautelari personali di cui 8 in carcere e 4 ai domiciliari. Ci sono anche 23 misure interdittive di cui 20 all’esercizio di impresa nei confronti di altrettanti imprenditori e 3 all’esercizio della professione nei confronti di commercialisti. Per gli investigatori, fanno tutti parte di un gruppo con base operativa a Rimini ma ramificato in tutto il territorio nazionale, responsabile di aver creato e commercializzato i falsi crediti di imposta introdotte con il decreto rilancio per aiutare le imprese e i commercianti in difficoltà. 

Il modus operandi

Il sodalizio, secondo l’ipotesi investigativa, era composto da 56 persoine che si sono avvalsi di 22 prestanome. Faceva però “perno” su 12 persone, oggi sottoposte a misure cautelari, tra imprenditori e commercialisti.  L’indagine del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria è nata da un esame della documentazione relativa ad una presunta “cessione di crediti d’imposta”, effettuata da una società coinvolta in un altro procedimento penale per reati fallimentari. L’analisi sull’origine dei crediti ha consentito agli investigatori di ricostruire che era tutto fittizio: crediti inesistenti, insomma, per carenza di requisiti. Da lì è nato il nuovo filone investigativo che fin dallo scorso giugno ha consentito il monitoraggio del modus operandi. Secondo quanto accertato, i crediti fasulli venivano poi monetizzati cedendoli a ignari acquirenti estranei alla truffa, portati in compensazione con conseguente danno finale alle casse dello Stato. 
Sempre secondo le ricostruzioni il sistema funzionava tramite professionisti compiacenti. Venivano reperite società attive in grave difficoltà economica utili alla creazione degli indebiti crediti d’imposta. Veniva sostituito il rappresentante di diritto di queste società con un prestanome, da cui ottenere le credenziali per poter inserire le comunicazioni di cessioni crediti nell’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate, così da avere uno schermo in caso di futuri accertamenti. Le comunicazioni venivano inserite dichiarando di aver pagato canoni di locazione superiori agli effettivi (persino oltre il 260.000%) o effettuato lavori edili mai iniziati, così da generare crediti di imposta non spettanti. I crediti venivano ceduti a società compiacenti e dopo il secondo passaggio a società terze inconsapevoli, così da rendere più difficile la ricostruzione. 

I profitti

Il profitto, dicono gli investigatori, veniva reinvestito in attività sia commerciali che immobiliari (subentro nella gestione di ristoranti, acquisto di immobili e/o quote di partecipazioni societarie), veicolato, attraverso una fatturazione di comodo, verso alcune società per essere monetizzate in contanti, trasferito su carte di credito ricaricabili business con plafond anche di 50.000 euro e prelevato in contanti presso vari bancomat. I proventi venivano impiegati anche per finanziarie società a Cipro, Malta, Madeira; convertiti in cripto valute; investiti in metalli preziosi e in particolare nell’acquisto di lingotti d’oro. 

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