Nave romana, accordo tra Comune e Soprintendenza per le scogliere

Il rinfoltimento della barriera di Palombina si farà ma solo a metà per non pregiudicare il reperto. Colloqui per il recupero ma il lavoro appare un'impresa davvero ardua

foto subacquea del fasciame ritrovato

I lavori di rafforzamento delle scogliere del litorale si faranno anche a Palombina ma solo per metà. È l'accordo raggiunto tra il Comune di Falconara e la Soprintendenza per tutelare il relitto di epoca romana ritrovato negli anni '70 e consentire la difesa della costa dall'erosione. In pratica la scogliera  antistante il sottopassaggio di Palombina Vecchia sarà interessata dall'intervento solo nella parte meridionale rispetto al pontile. L'altra non sarà toccata e sono state adottate prescrizioni e una fascia di rispetto per non compromettere il bene archeologico. La nave romana, infatti, è proprio sotto questo tratto. Del reperto, individuato casualmente da un sub nel 1971, si sa molto poco. Si tratta di una nave onenaria che navigava a vista sotto costa e trasportava anfore. Non mancarono, allora, episodi di furti di reperti sventati dalla Guardia di Finanza e si parla addirittura, episodio verosimile ma mai confermato, della sparizione di un braciere e di un ceppo d'ancora. Nessuno prima di allora si era accorto della sua presenza. Tanto che a fine anni '60, quando furono realizzate le prime scogliere, i grandi massi vennero adagiati proprio sopra di essa, presumibilmente sopra la prua. Nel 1996 l'allora funzionaria archeologa, Maria Cecilia Profumo, diresse la prima di tre campagne di scavi ('97 e '98 le altre) che intanto rilevarono un maggior insabbiamento del reperto. Nei 26 anni trascorsi dal ritrovamento si erano accumulati due metri in più di sabbia. Furono ritrovate altre anfore e parte del fasciame dell'imbarcazione.

Per l'intervento odierno – il rinfoltimento - Falconara si è interfacciata con l'attuale responsabile della Soprintendenza archeologica Chiara Delpino. Dai colloqui non è stato escluso un possibile futuro recupero anche se – va detto – il Comune non ha soldi da investire e stante le difficoltà logistiche il progetto avrà sicuramente costi molto elevati. I fondali sabbiosi sono mutevoli e ostacolano la visibilità. Per intervenire occorrerebbe eliminare la scogliera e scavare nel fondale una fossa di circa 80 metri quadrati. Al centro di essa, in un spazio di circa 3 metri quadrati, gli archeologi lavorerebbero con un'aspiratrice con scarsa visibilità anche in condizioni di mare calmo, viste le correnti naturali e la sabbia in sospensione. Non finisce qui. «Il legno – spiega la Delpino – si è conservato nei secoli perché sotto la sabbia. Una volta tirato fuori, pregno di acqua e per di più salata, occorre trattarlo in speciali vasche per contrastare l'azione di degrado delle fibre e recuperarlo». Un'azione complessa che richiede anni, oltre a ingenti risorse. Quello di Falconara è solo uno dei numerosi relitti di fronte alle coste marchigiane. Reperti che, tuttavia, non sono mai stati catalogati. La Soprintendenza ha ora in progetto, insieme alla Regione, di realizzare una carta archeologica con i vari beni sommersi: dal porto di Vallugola nei pressi di Gabicce al galeone del '700 di Pesaro fino ad arrivare a testimonianze più recenti come il pontone Cappellini di Montemarciano, affondato durante la Prima Guerra Mondiale. 
 

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