Cronaca Senigallia

23 milioni evasi e 57 imprese coinvolte: così l'operazione Domino smaschera 68 evasori

Le Fiamme Gialle della tenenza di Senigallia hanno portato a compimento una vasta operazione che ha portato alla luce una frode nel settore del confezionamento dei prodotti tessili

L'operazione Domino: le perquisizioni

Aprivano e chiudevano l'azienda ogni due o tre anni. Poi la sostituivano con un'altra ditta con una partita Iva diversa, utilizzando però sempre gli stessi operai e macchinari. Il vecchio titolare della prima impresa diventava dipendente della seconda invertendo il suo ruolo e, con questo meccanismo di frode, riuscivano ad evadere il fisco e a riciclare i soldi frutto dell'evasione spedendo il denaro in Cina o acquistando beni di lusso in boutique prestigiose o, ancora, tentando la sorte al videopoker. L'operazione Domino, condotta dalle Fiamme Gialle della tenenza di Senigallia e coordinata dalla procura della Repubblica di Ancona, ha portato alla luce un'evasione fiscale del valore di 23 milioni di euro, con 68 persone di origine orientale denunciate e 57 imprese coinvolte. I finanzieri, inoltre, hanno sequestrato disponibilità finanziarie rinvenute sui conti correnti per più si 700 mila euro, crediti presso terzi per un valore che sfiora il milione e mezzo di euro, cinque opifici di oltre tremila metri quadrati (tre a Senigallia e due nella zona di Trecastelli), 342 macchinari e 6 autovetture.   

Blitz e sequestri: l'operazione delle Fiamme Gialle | VIDEO 

Le indagini degli uomini delle Fiamme Gialle sono iniziate ben quattro anni fa. Dal 2016, attraverso l'analisi di banche dati finanziarie, sono emerse posizioni debitorie per centinaia di migliaia di euro di questi soggetti nei confronti del Fisco e degli enti previdenziali nella provincia di Ancona per mancati versamenti di imposte e contributi. I finanzieri hanno svolto diverse perquisizioni durante gli orari notturni mentre venivano confezionati i capi di abbigliamento, sia presso gli opifici che le abitazioni degli indagati sequestrando disponibilità finanziarie, rinvenendo la documentazione contabile e extra-contabile. In determinati casi gli uomini delle Fiamme Gialle sono riusciti a scoprire che gli imprenditori indagati, per evitare il pagamento delle imposte, abbattendo la base imponibile da dichiarare, facevano uso di fatture per operazioni inesistenti, emesse da altre aziende cinesi per un totale di quattro milioni di euro. «Era fondamentale avere un quadro esaustivo e completo della situazione - spiega il comandante della tenenza di Senigallia, Armando Pezzulla - per ottenere le misure cautelari. I sequestri, effettuati anche nei confronti di prestanome, sono stati confermati in più occasioni dal Tribunale del riesame che ha condiviso le ipotesi di reato prospettate dal pubblico ministero Rosario Lionello e convalidate dal Gip. Sono stati individuati sette dominus in questa vicenda e gli elementi raccolti hanno consentito di sostenere le ipotesi accusatorie. Ad oggi ci sono 15 procedimenti penali diversi, alcuni sono già arrivati in dibattimento mentre due si sono conclusi». I proventi del riciclaggio venivano "ripuliti" e, attraverso l'analisi delle operazioni di remote banking, si è visto che i soldi confluivano nei conti correnti dei dominus ed erano trasferiti in Cina oppure venivano utilizzati per l’acquisto di altre attività commerciali, di beni di lusso nelle boutique milanesi di via Montenapoleone o, ancora, erano utilizzati in case da gioco on-line. Nel corso delle indagini, inoltre, sono state segnalati all’Unità d’informazione finanziaria della Banca d’Italia quattro istituti di credito, sette direttori di filiale e due commercialisti per aver omesso di segnalare operazioni sospette ai fini della normativa antiriciclaggio.

Condizioni di lavoro precarie

Ulteriori approfondimenti sulle condizioni di lavoro hanno permesso ai finanzieri di rilevare la presenza negli stabilimenti di ventisei lavoratori in nero che, anche a causa dei prolungati turni, venivano fatti dormire negli stessi luoghi di lavoro in aree non idonee, allestite come veri e propri dormitori, prive di via di fuga, senza idonee misure di sicurezza e con la presenza di materiali ad elevato rischio di incendio. I dipendenti, infatti, utilizzavano delle zone improvvisate come i bagni per preparare i pasti in precarie condizioni igieniche. Per questo è scattato anche il sequestro prevenitivo degli edifici. 

Le conseguenze 

Dall'operazione Domino è emerso come questo sistema fosse in realtà nocivo anche per altre aziende, portando gravi danni economici a tutto il comparto tessile marchigiano. «Questa tipologia di imprese - prosegue il comandante Pezzulla - facevano concorrenza sleale perché non pagando oneri contributivi e assicurativi, imposte dirette e indirette riusciavano ad abbattere indebitamente i costi di produzione, danneggiando gli operatori corretti e conseguendo ingiustificate performance sul mercato, tali da alterare le dinamiche della libera concorrenza nonché determinare, in modo indiretto, gravi danni sia al gettito erariale, nazionale e locale, che agli altri imprenditori onesti». 

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