Infermieri senza protezioni, buste per i rifiuti come calzari e le visiere dalla ferramenta

Non migliorano le condizioni in cui lavorano gli operatori sanitari, su tutti gli infermieri, negli ospedali Covdi, dedicati ai malati di Coronavirus

Gli infermieri con le buste di plastica ai piedi

I piedi infilati nelle buste di plastica, che servirebbero per gettare la biancheria sporca e un paio di giri di nastro adesivo, per sopperire alla totale mancanza dei calzari. Invece le visiere basculanti ci sono perché i sanitari se le comprano con i soldi propri in una ferramenta. Sono messi così gli infermieri, ma anche i medici, volontari e addetti alle pulizie dell’ospedale Covid-19 di Senigallia, dove alcuni dispositivi di protezione mancano del tutto e altri arrivano a singhiozzo. Sono occhiali, tute, camici, visiere, guanti, mascherine, calzari. Per intenderci, tutte quelle precauzioni che proteggono dal contagio del Coronavirus. 

Mascherine e guanti sono arrivati. A mancare sarebbero le cuffie e non bastano le visiere basculanti. Ma un rimedio si è trovato. Quale? Alcuni infermieri avrebbero comprato i copricapo protettivi in una ferramenta della zona. Un fatto che avrebbe anche generato un certo tam tam tra i sanitari, tanto da indurre il negozio del fai da te ad informarsi sui modelli più idonei, procedere con ordinazioni specifiche e venderli a prezzi speciali, vista l’emergenza.

Non ci sono problemi con gli occhiali protettivi invece: quelli possono essere sanificati, dunque sono sempre riutilizzati. Tuttavia la maggior parte dell’abbigliamento protettivo va usato e poi gettato. Ad esempio i calzari per i piedi, quelli mancano del tutto e così gli infermieri si ritrovano ad usare i sacchi di plastica per i rifiuti o la biancheria destinata alla lavanderia. Qualsiasi cosa per coprire ogni centimetro quadrato della propria pelle.

«Non ci sono alternative perché, per chi lavora con i ricoverati per Covid, basta una goccia di fluido corporeo di una persona infetta posata sulla propria pelle per rischiare il contagio». Lo spiega la dottoressa Elsa Frogioni, segretaria provinciale del Nursind (sindacato delle professioni infermieristiche), che conferma le condizioni in cui lavorano infermieri, e non solo, all’ospedale senigalliese.

«Purtroppo è così, sappiamo che mancano del tutto tute e calzari, mentre gli occhialoni sono carenti, ma sono pluriuso e si possono disinfettare. Negli altri ospedali la situazione non è proprio così grave e le scorte ci sono ma sempre centellinate. Si vive un po’ alla giornata. Ma è ormai chiaro come gli ospedali siano assistiti da associazioni e beneffattori privati che riescono a procurarsi i dispositivi, li donano a noi e così sopperiamo ad una carenza che denunciamo da tempo». 

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Dunque dalla Regione Marche e la Protezione civile non arrivano i Dpi per gli operatori sanitari. Dunque medici, e infermieri lavorano in continua condizione di rischio, senza protezioni e una parte delle scorte arriva dall’impegno e la solidarietà dei privati. «Quello di cui non mi capacito è che, se ci arrivano da un privato, come è possibile che un ente pubblico non possa riuscire ad ottenerli? Anche per questo noi del Nursind abbiamo fatto un esposto alla Procura, oltre ad aver inoltrato diverse richieste e segnalazioni alla Regione. Anche perché ci sembrava illogico sostenere determinate differenze di protezione tra sanitari impegnati nei reparti Covid e quelli impegnati in altri settori. Tutti quelli che lavorano in ospedale devono essere messi nelle condizioni di essere totalmente protetti. Il pericolo che si possano ammalare operatori sanitari che non sono a contatto con i Covid è reale. Ci sono degli studi che dimostrano come, negli ospedali in cui è stata fatta formazione a tutti e i Dpi non sono stati lesinati, il personale sanitario non si è infettato. Se ci ammaliamo noi è la fine. Chi ci deve rispondere è la Protezione Civile nazionale e regionale perché siamo in emergenza da gennaio ed è da gennaio che la Protezione civile lavora a pieni poteri per reperire e fornire i Dpi». 

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