«Senza riconoscimenti e risorse, ora anche gli insulti: siamo emotivamente stanchi»

Silvia Giacomelli è una infermiera di 45 anni operativa a Senigallia e docente della facoltà di Infermieristica all’Università Politecnica delle Marche

Silvia Giacomelli

La situazione degli ospedali anconetani non è quella tragica di Marzo, ma i problemi non mancano, soprattutto per un sistema sanitario che paga i tagli del passato, sia in termini di risorse sia in termini di personale. Oggi al personale sanitario si chiede un grande sforzo per affrontare la seconda ondata della pandemia da Coronavirus, ma l’adrenalina e la forza iniziale, hanno lasciato spazio ad una stanchezza emotiva. Il motivo? Da una parte la politica non ha investito nella loro professionalità e dall’altra gli insulti di chi nega il virus o comunque li tratta come “privilegiati”. Sono gli infermieri e le infermiere come Silvia Giacomelli, l'infermiera di 45 anni operativa a Senigallia e docente della facoltà di Infermieristica all’Università Politecnica delle Marche:

«Non è una situazione critica come durante il lockdown, ma manca visione di insieme e ogni giorno negli ospedali non sai mai a che cosa si va incontro. Servono subito assunzioni, investire nella nostra professionalità e nelle nostre competenze, formazione specifica per questo tipo di emergenza e sostegno psicologico. Il problema è che siamo arrivati a questa seconda ondata impreparati. E allora c’è stanchezza. Siamo sempre lì, in prima linea e ci saremo sempre e comunque, ma a volte ci sentiamo soli, se poi ci mettiamo anche gli insulti…». 

Le è capitato anche questo. «Sì mi è capitato, come a tanti colleghi in Italia mi hanno fatto pesare il fatto che io ho uno stipendio sicuro mentre là fuori c’è gente che non ha più un futuro. Capisco che ci sia tensione, che è un momento difficile per tutti, ma se qualcuno pensa di fare meglio il corso di infermieristica è aperto. Io faccio sempre il mio lavoro con etica e rispetto, ma devono capire che insultano le persone che le stanno assistendo. Cerchiamo di darci una mano tutti insieme».

Intanto a Senigallia hanno riaperto un reparto Covid, ma com’è la situazione? «E’ sotto controllo per ora, ma dobbiamo giocare di anticipo. Il problema è che ci chiedono 2 cose su base volontaria: andare a rafforzare il personale del reparto Covid o andare al Covid Hospital di Civitanova. Ma non ci sono le condizioni. Perché un infermiere dovrebbe andare tra i Covid, lasciando scoperto un posto nella Terapia intensiva, senza nessuna remunerazione e con il rischio di essere infettati senza che ci sia un piano B per essere isolati rispetto i propri cari da cui poi la sera torniamo a casa. Insomma la coperta è corta».

Mi pare di capire che il problema è economico. «Sì, è anche quello perchè la nostra non è solo una missione, c’è lavoro, professionalità e la professionalità deve essere riconosciuta come non stanno facendo. C’è un po’ di amarezza perché ho un po’ la sensazione di essere lasciata sola, anche perché manca il personale e la prima cosa da  fare dovrebbe essere fare assunzioni». 

La Regione ha annunciato 3mila nuove assunzioni. «Ma la quasi totalità di quegli infermieri, quelli del concorso, stanno già lavorando perché era un concorso per chi, da un contratto precario, passava a tempo indeterminato. Non è forza lavoro in più».

E’ per questo che gli infermieri che sono stati a contatto con un positivo sono costretti a lavorare? «Le risorse sono pochissime, se noi siamo pochi, si fa di tutto per avere risorse e tenere l’ospedale ad un certo livello di servizio e arrivi ad un punto in cui se sei asintomatico continui a lavorare».

Ma così non si rischia il contagio? «I sanitari andrebbero controllati continuamente, ci dovrebbero controllare come i calciatori, ma non succede». 

Eppure lo sapevamo che sarebbe arrivata la seconda ondata. Com’è possibile che siamo arrivati a questo punto così? «Non lo so ma ci siamo arrivati impreparati e adesso dobbiamo organizzarci, altrimenti rischiamo di ritrovarci come mesi fa». 

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