Storico macellaio e uomo generoso, Furio è morto di Covid: «Il tampone fatto troppo tardi»

Il Coronavirus non ha risparmiato neppure lui, Furio Bini, storico macellaio di Falconara Marittima, la cui macelleria era in attività da 55 anni

Furio Bini

Un uomo dedito al lavoro e alla famiglia, per una vita ha portato avanti una storica attività commerciale nel centro di Falconara Marittima: la sua macelleria, oggi chiusa per lutto. Lunedì scorso infatti è morto Furio Bini, 79 anni, storico commerciante falconarese costretto ad arrendersi al Covid-19, che se lo è portato via in una settimana. Solo una subdola bestia come il Coronavirus poteva fermare uno come lui: sempre attivo, impegnato a lavorare tutto il giorno tutti i giorni, senza mai dire un solo "no" quando un amico o un collega gli chiedeva una mano per qualcosa. 

La testimonianza della figlia Patrizia

A dare la notizia della dipartita di Furio Bini, amato e ben voluto da tutta la comunità, è stata proprio la figlia Patrizia: «Mio padre è stato un uomo che ha trascorso tutta la sua vita a lavorare duro, convinto che nulla ci fosse di più gratificante che fare il proprio dovere. Lavorare come non ci fosse un domani. E’ morto in una valle di lacrime, dove non esiste più nulla di sicuro, dove leoni come lui diventano agnellini, dove si implora per ricevere un tampone che viene ripetutamente negato per giorni, un leone che, dopo aver regalato la sua vita, non saprà mai come chi l’ha accudito fino al momento del ricovero, si ritrova daccapo a dover implorare per un tampone che viene di nuovo negato». Già perché Furio si è ammalato a metà marzo, aveva febbre e dolori muscolari, respirava bene, ma la febbre è passata da 37,5 a 39 in poche ore e non è più scesa. Il tampone per il Coronavirus, che poi ha dato esito positivo, è stato eseguito dopo 8 giorni. «Hanno aspettato troppo» ha detto la figlia, che oggi teme per la madre. «Siamo preoccupati per lei perché è stata vicino a mio padre fino al giorno in cui è arrivata l’ambulanza a casa e oggi è lì da sola. Anche per lei il tampone non arriva mai». 

Il ricordo da Coldiretti

Falconara perde un pezzo di storia della sua città, un altro importante nervo del tessuto economico cittadino perché tutti conoscevano la macelleria da Furio, lì da 55 anni. Per lui che nella vita l’aveva sempre dedicata al lavoro, dare ai propri clienti l’eccellenza delle carni marchigiane era la cosa più importante. Nel suo banco alimentare di via Fratelli Rosselli 6, si trovavano tutti tagli selezionati da lui che, personalmente, girava la regione in cerca degli allevamenti migliori. Originario di Cupramontana, era anche solito tornare nella sua città natale. Infatti nel temo libero, oltre alla caccia, amava andare nella sua campagna, per dedicarsi alla produzione di vino bianco, che poi vendeva nel suo negozio. Tutti volevano bene a Furio, macellaio dall’animo buono, timido, ma anche molto generoso. Lo testimonia anche il ricordo di Francesco Fucili, presidente di Coldiretti Macerata e socio della società agricola Fattoria Fucili di San Severino Marche, dal quale Furio andava a comprare le carni. «Noi lo conosciamo da 30 anni e non ci ha mai lasciati soli. Ricordo che quando c’era stato il morbo della “Mucca pazza”, era stato l’unico a comprare i vitelli locali. Era uno che sapeva fare gli affari, ma è sempre stata una persona corretta, sempre puntuale. Aveva la macelleria e non voleva chiuderla, aveva quasi 80 anni ma ne dimostrava almeno 20 di meno, sempre attivo, sempre impeccabile e corretto, non diceva mai di no. Ricordo quando un giorno ci era servita una mano per lavorare un vitellone e lui, di domenica, non ci ha pensato molto, ha preso ed è venuto a darci una mano».

«Non lo abbiamo più visto, papà è morto solo»

Come imposto dai decreti governativi, non c’è stato nessun funerale per Furio Bini, il cui corpo è stato tumulato nella sua Cupramontana. Lascia la moglie Marisa e due figli: Maurizio e Patrizia. Per loro è stato straziante dover vedere il padre entrare all’ospedale regionale di Torrette senza poterlo poi salutare almeno una volta prima del suo decesso. «È morto da solo, senza mai più rivedere o sentire la sua famiglia - continua la figlia Patrizia - Non ci hanno permesso di dargli un funerale o di fargli indossare un abito da morto. Chiusi nelle nostre case dovevamo piangere sopra la foto della sua bara vuota.  Quando ho chiamato l'ospedale per implorare di parlare con lui solo per un po’, mi hanno sempre risposto la stessa cosa: siamo in guerra». 

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