Precauzioni sì ma paura no, la vita degli anconetani a Milano al tempo del Coronavirus

Per la maggior parte di loro non è una questione di paura del Coronavirus, non timore della malattia o del contagio, ma l’inquietudine di dover vivere in una città a tratti spettrale

Gli anconetani a Milano

Milano prova a riaprirsi leggermente senza scoprirsi troppo con l’apertura dei bar dopo le 18. Ma il capoluogo lombardo resta una città “chiusa” e con essa è cambiata anche la vita di chi ci vive, compresa quella dei tanti anconetani. Per la maggior parte di loro non è una questione di paura del Coronavirus, non timore della malattia, ma l’inquietudine di dover vivere in un capoluogo a tratti spettrale, dove i locali e le scuole sono chiusi, le strade, a parte le ore di punta del traffico, sono deserte quasi come ad agosto e con i supermercati presi d’assalto come nei film post apocalittici.

Sergio Caferri-2«Io ho avuto la possibilità di andarmene da Milano e sono venuto via sabato all’ora di pranzo, ma ieri sono rientrato e oggi sono tornato in ufficio per lavorare» ci racconta Sergio Caferri, 37 anni, product manager d’azienda. «Certamente non sono felice di essere a Milano perché comunque, vista la situazione, sono in una città fantasma dove è tutto chiuso: pub, chiese, bar. Paura non ne ho al momento, ma se la situazione dovesse peggiorare…Comunque se succede qualcosa mi barrico dentro casa. Ho fatto spesa ad Ancona per evitare di andare in un supermercato milanese dove, da quello che leggo sui giornali, rischio di non trovare nulla». 

Virginia-2Nemmeno Virginia, digital marketing di 31 anni ha paura, che ora è ad Ancona ma presto tornerà a Milano. «Sono tornata venerdì scorso ad Ancona per motivi personali,  ma sono anche rimasta qui perché la mia azienda ha consentito di lavorare in smart working. Credo ci rimarrò fino al primo marzo, ma vediamo come si mette. Mi è stato detto che è una città fantasma, tenendo conto che parliamo di una realtà con una socialità è molto sviluppata e tutto questo adesso è sospeso. Non sono spaventata, mi colpisce la situazione di anormalità, nel senso che tutti i locali sono chiusi e questo è strano. Non ho pensato come mi comporterò quando sarò su, ma penso che farò molto casa e lavoro. Credo sia anche un gesto di civiltà nei confronti di altri e oggi c’è molto bisogno di civiltà». 

Lara Remia-2Ha invece paura Lara Remia, 30 anni, avvocato impiegata nello studio legale di un’azienda. «Ho paura, non tanto della malattia in sé, quanto degli effetti perché non è una banale influenza. Però resto a Milano, anche perché i treni sono un caos e, anche se la vita è più complicata, esco e giro sempre con guanti e mascherina. Se la situazione peggiora vedrò se tornare ad Ancona». Dunque Lara non è tranquilla, ma in azienda ci va. «L’azienda è vuota perché si lavora in smart working, io personalmente avevo delle cose da fare e sono qui, siamo sole nell’ufficio legale e percepisco la paura. La mattina quando mi sposto devo dire che la città non è proprio deserta, invece la metro è vuota e oggettivamente c’è stato un cambiamento grosso nella nostra vita a Milano, che comunque non è una città completamente ferma. Di solito rientro nel tardo pomeriggio, quando nelle strade c’è un po’ di traffico. Invece è nei market e supermercati che si vede la differenza, lì si vedono scene davvero post apocalittiche con corsie deserte e scaffali semivuoti». 

Cristina Nardelli-2«Paura? Per niente. Io vivo con il mio compagno e facciamo una vita normale, ieri abbiamo fatto spesa all’Ikea. Non siamo preoccupati, anche se qui ci sono diverse persone risultate positive ai test». A dirlo è Cristina Nardelli, graphic designer di 35 anni. Per lei e il suo compagno è un po' diverso perché vivono a Opera, lontano dal centro e non sentono neppure le ripercussioni della chiusura imposta dal sindaco Sala. «A me hanno messo a lavorare perché per arrivare a lavoro devo prendere un autobus, una metro e un treno. Non vediamo dei disagi, da noi i supermercati sono rigogliosi, non abbiamo visto nessun assalto, ci sono persone con mascherine e guanti, insomma non vedo grosso disagio».

Giuseppe De Cesare-2«Sembra agosto perché ci sono tutte le saracinesche abbassate, dai negozi a alle palestre, fino ai cinema, qui è tutto chiuso, anche volendo fare qualcosa non si può fare niente». Ce lo conferma Giuseppe De Cesare, 35 anni, commerciale per un’azienda di sanitari. «In ufficio è arrivata la comunicazione di obbligo di smart working, io però mi occupo di commerciale, per cui dai clienti ci devo andare. Non ho paura, ma metto in pratica tutte le precauzioni suggerite dal Ministero: evitiamo di toccarci o stringerci le mani, ma incontro comunque i miei clienti. In ufficio la situazione è surreale».  Tanto che ieri proprio Giuseppe sulla sua pagina Facebook ha postato delle foto dei Navigli deserti. «L’ho fatto perché sono l’emblema della movida milanese e fa strano vederli così. Ieri per esempio ho pranzato in un locale dove di solito c’è una lunghissima fila, ieri ero da solo, poi per fortuna sono arrivate altre 5 persone, mi ha fatto piacere, giusto per vedere che non sei solo in giro». Per Giuseppe però una Milano col coprifuoco ha anche il suo lato positivo visto che ora, se deve andare in ufficio, ci mette un quarto d’ora invece di 40 minuti. Alla fine lui fa comunque la sua vita, senza paura. «Condivido le misure di quarantena, ma dobbiamo mantenere un po’ di equilibrio e freddezza, se no si scatena il panico». 

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Alessandro Matteuzzi 2-2Non sono assolutamente nel panico Alessandro Matteuzzi, 39 anni, imprenditore titolare dell’azienda di consulenza “AskMeHow Fashion Consultancy” e il suo collega Andrea. Insieme sono andati al ristorante cinese, ma hanno  preferito evitare la discoteca. «E’ una città svuotata, c’è grande allarmismo, tutti con le mascherine, supermercati presi d’assalto - ha detto Alessandro, che vive in centro e guarda il lato positivo - Per me è anche migliorata perché quando vado al lavoro ci metto meno tempo. Più che paura sono seriamente preoccupato di restare bloccato a Milano. Non è tanto il virus quanto l’idea di essere intrappolato in questa città che mi angoscia, l’idea di non potermi spostare liberamente, di non poter tornare ad Ancona o andare a trovare i miei. Comunque restiamo qui, ieri abbiamo organizzato un pranzo con gli amici, siamo anche stati a mangiare al ristorante cinese di recente, insomma cerchiamo di fare la via di sempre. Però, per dire, sabato dovevamo andare a ballare e abbiamo preferito evitare luoghi chiusi e affollati. Preoccupati sì, ma non vogliamo vivere nella paura». 

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