Banca Marche e il palazzo dei favori: condannati l'ex Bianconi e l'imprenditore Degennaro

Il collegio ha invece assolto sia l'ex dg di Banca Marche che l'imprenditore Vittorio Casale dall'accusa di corruzione tra privati per l'affare del 2009, relativo allo stesso palazzo

Bianconi e Degennaro

La cessione del palazzo di via Archimede a Roma servì a nascondere uno scambio di favori tra Massimo Bianconi, dg dell’allora Banca Marche e l’imprenditore Davide Degennaro. L’ex numero uno dell’istituto bancario è stato condannato a tre anni per corruzione tra privati. Stessa accusa e pena di due anni per Degennaro, pena sospesa. Quella compravendita iniziata nel 2012 ma mai portata a termine, secondo i giudici del Tribunale di Ancona, era servita solo a mascherare un giro di affari tra la società di Degennaro e la quella intestata ad alcuni familiari di Bianconi. Operazione che a Banca Marche costò ben 10.300,000 euro usciti sotto forma di linee di credito a favore dell’imprenditore. Uno scambio di favori, appunto, andato avanti per i primi sei mesi del 2012. Alla Nuova Banca Marche è stato riconosciuto il diritto a un risarcimento danni che verrà stabilito in sede civile. Lo stesso palazzo, dal valore di 7 milioni di euro, era stato oggetto di un’altra compravendita nel 2009 tra Bianconi e l’imprenditore Vittorio Casale. In quel caso però non ci fu corruzione: sia Casale che l’ex dg sono stati assolti da questo specifico capo d’accusa. 

La ricostruzione dell’accusa 

Nella tarda serata di ieri Il collegio penale ha chiuso il primo grado di giudizio relativo al processo stralcio del crack Banca Marche. I giudici hanno accolto la tesi sostenuta dalla procura, secondo cui Massimo Bianconi aveva concesso prestiti a Degennaro in cambio di operazioni bancarie che l’imprenditore stesso faceva transitare fino al conto corrente della moglie e della figlia dell’ex numero uno di Banca Marche. Il tutto proprio attraverso la compravendita del palazzo romano di via Archimede, nel quartiere Parioli: la società di Degennaro, sostiene l’accusa, aveva versato 3.590.000 per rilevare le quote della società dei parenti di Bianconi, cifra stabilita nel preliminare d’acquisto. Quella cessione non si concretizzò ma tra gennaio e giugno 2012 le società di Degennaro, dice la pubblica accusa, avevano comunque goduto di linee di credito per 10.300,000 euro. Accuse che nell’udienza del 1 dicembre scorso lo stesso Bianconi aveva respinto in prima persona davanti al collegio penale. 

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Non ci fu corruzione invece nell’operazione del 2009, quella tra Bianconi e Vittorio Casale, che avrebbe portato all’ex dg un vantaggio economico di 308.233 euro, alle società dell’imprenditore un bonus di 3.664.537 euro e a Banca Marche un danno di 4.590.000. 
 

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