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Venerdì, 24 Maggio 2024

Il ricordo

Stefano Pagliarini

Responsabile redazione

Quella volta in cui Stefano Radovani mi ha dato una grande lezione

Quando ho iniziato a seguire tribunale di Ancona, è stato uno dei primi avvocati con i quali ho avuto modo di confrontarmi

Quando ho iniziato a percorrere i corridoi del tribunale di Ancona, l'ho fatto come giornalista del quotidiano Il Messaggero e Stefano Radovani è stato uno dei primi avvocati con i quali ho avuto modo di confrontarmi e lavorare.

Era impossibile non notarlo perché l'avvocato era sempre vestito in modo impeccabile e ogni giorno si presentava con una cravatta bellissima, puntualmente tenuta da una spilla da balia, usata come fermacravatte.

Quell'eleganza poi era sempre accompagnata da un sorriso vivace che, per chi aveva la fortuna di incrociarlo sui ballatoi, poteva essere il preludio a un confronto fatto di estrema cordialità e signorilità.

I giornalisti, soprattutto i cronisti di nera e giudiziaria, di porte in faccia e schiaffi morali ne collezionano a iosa durante la loro carriera perché, come è giusto che sia, vanno a mettere il naso in questioni che tutti gli altri vorrebbero tenere per sé. Non ricordo una sola volta che Stefano Radovani mi abbia trattato in modo irrispettoso, o peggio, con sufficienza.

Ho capito tempo dopo come quel suo modo di fare fosse la naturale conseguenza della grande professionalità che metteva nel suo lavoro: era la forza di un uomo che credeva fermamente nei principi della giustizia, la stessa che ogni giorno contribuiva a mantenere più equa possibile.

Avvocati in lutto, è morto Stefano Radovani

È stata una consapevolezza a cui sono arrivato un giorno di diversi anni fa quando abbiamo lasciato insieme una delle aule al quinto piano del tribunale. Era un periodo in cui il palazzaccio aveva deciso di affrontare, a modo suo, i troppi processi arretrati. I giudici erano arrivati a imporre tempi record per il dibattimento dei singoli casi, dei quali non c'era spesso possibilità di andare a fondo.

Quel giorno l'avvocato Radovani aveva lasciato l'aula, dove aveva discusso la misura cautelare di due giovani fidanzatini appena maggiorenni, accusati dopo essere stati trovati con delle sostanze stupefacenti. Il giudice non aveva fatto finire di parlare l'avvocato e aveva preso la sua decisione, a dire dell'avvocato, con troppa impazienza. Quando io e l'avvocato Radovani ci siamo ritrovati in ascensore, lui era furioso. A suo modo di vedere, un'udienza fatta con troppa fretta era la negazione stessa della giustizia, che ha invece bisogno di tempo e accuratezza per raggiungere un verdetto più giusto possibile.

Stefano Radovani e Chiara Carioli

Forse il mio era stato un tentativo goffo di dare conforto ma ricordo di avergli detto qualcosa in merito al fatto che, a volte, bisogna fare pace con la situazione in cui ci si trova e pensare solo a dare il proprio meglio. La sua risposta, parola più o parola meno, mi è rimasta sempre impressa: "Non mi rassegnerò mai al fatto che i processi o le indagini si debbano fare in questo modo ma io sono a posto con la coscienza e sai perché? Perché so di essere dalla parte giusta. Perché, indipendentemente dalla verità processuale, noi avvocati siamo qui a lottare per una delle cose più belle della vita: la libertà. E la nostra libertà non è una cosa di fronte alla quale ci si può rassegnare".

In pochi secondi l'avvocato Radovani mi ha dato una grande lezione di democrazia. Ancor di più mi ha ricordato l'importanza di difendere sempre i principi che ci muovono nel nostro lavoro e, perché no, anche nella vita. Forse è stato quello il momento preciso in cui ho conosciuto l’avvocato Stefano Radovani. Un uomo che credeva davvero nell'importanza di indossare una toga e difendere i diritti di chicchessia. È questa l'immagine più potente che ho di lui. È il ricordo a cui ho deciso di aggrapparmi oggi che Stefano Radovani ci ha lasciati.   

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