L'untore resta in silenzio e gli fanno le analisi del sangue

Indagine ematica per valutare a che stadio sia la malattia di Claudio Pinti, l'uomo accusato di aver messo a rischio con rapporti non protetti oltre 200 persone

Si è avvalso della facoltà di non rispondere Claudio Pinti, il 36enne di Agugliano in carcere con l'accusa di aver avuto rapporti non protetti con oltre 200 partner pur essendo affetto dal virus dell'Hiv da quasi 11 anni. L'uomo, per il quale la Procura di Ancona ha disposto la massima diffusione del nome e della fotografia per cercare di avvisare quante più persone possibile possano essersi messe a rischio contagio per averlo frequentato, dovrà ora sottoporsi a un esame del sangue come disposto dal gip Carlo Cimini. Assistito dall'avvocato Alessandra Tatò si cerca di capire non tanto se Pinti sia malato o meno ma quanto sia avanzato lo stato della malattia. Che Pinti sia sieropositivo, per quanto lui neghi la stessa esistenza del virus (per lui si tratterebbe di un'invenzione delle case farmaceutiche, come riferito ai poliziotti della Squadra Mobile al momento dell'arresto) è pressoché certo stando alla documentazione sanitaria rinvenuta in casa dagli inquirenti. 

Le analisi serviranno però a stabilire quanto sia malato. La sieropositività, se molto accentuata, è incompatibile con il regime carcerario. Soprattutto, ed è il caso di Montacuto, se in assenza di adeguate strutture sanitarie. I risultati si avranno fra un paio di giorni. Nel frattempo proseguono le indagini della Squadra Mobile per cercare di contattare quante più persone possibile. A denunciare Pinti è stata una sua ex 40enne dopo una serie di scoperte terrificanti: aveva scoperto che lui era malato ma glielo aveva tenuto nascosto e che lei, a sua volta, era stata contagiata. Le indagini proseguono anche sui computer di Pinti per scovare chat e  profili contattati. Nella memoria remota del web potrebbero esserci altre inconsapevoli vittime. 

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