Violenza tra polizia e padre-figlio, il giudice ha dei dubbi: indagati tornano liberi

Troppo discordanti le versioni riportate dalle parti durante il processo per direttissima

Foto di repertorio

Una moto che sfreccia a grossa velocità lungo le vie di Jesi, i poliziotti che fermano il centauro e gli chiedono i documenti. Il 19enne non solo si rifiuta, dicono gli agenti, ma passa anche alle mani aggredendoli e insultandoli. Alla bagarre si aggiunge anche il padre 40enne, che dopo l’intervento di un militare dell’esercito viene arrestato insieme al figlio. Tutt’altra la versione del motociclista e del genitore. I due, ascoltati questa mattina in Tribunale nel processo per direttissima e assistiti dall’avvocato Laura Versace (foto in basso), hanno raccontato di un approccio particolarmente aggressivo dei poliziotti. In particolare, il ragazzo ha riferito al giudice di aver titubato a mostrare i documenti (poi esibiti) sia per l’atteggiamento usato dagli agenti che per la paura di essere stato confuso con un’altra persona. Dopo essere stato afferrato tra collo e spalla sarebbe quindi entrato in scena suo padre, ma solo con intento difensivo. Le certezze dunque si fermano ai referti medici: 5 giorni di prognosi per i poliziotti e altrettanti per gli indagati. Non abbastanza per il giudice Edi Ragaia, che dopo aver convalidato gli arresti ha rigettato la richiesta dei  domiciliari avanzata dal pm. Gli indagati sono tornati in libertà perché non sono stati rilevati gravi indizi di colpevolezza a loro carico: troppo discordanti le versioni, pochi elementi per fugare ogni ragionevole dubbio. La questione verrà dunque approfondita con ulteriori accertamenti e affrontata nel processo che inizierà a novembre. Al giovane è stata successivamente ritirata la patente da parte della polizia stradale, perché nonostante quello che è effettivamente accaduto in quel controllo, il centauro non era abilitato a guidare una moto di quella cilindrata. 

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La segnalazione di quel veicolo che sfrecciava in città è arrivata alla sala operativa del 113 e subito sono scattati i controlli. Il motociclista è stato rintracciato e, come da prassi, gli è stato chiesto di esibire i documenti. Secondo gli agenti lui ha reagito rispondendo: «Non rompete il c…o, a me, andate ad arrestare gli spacciatori, io non vi do un c…o». Quando stava per essere portato in commissariato, sempre secondo l’accusa, ha iniziato a spintonare e colpire a schiaffi gli agenti. Il padre, dicono i poliziotti, ci ha messo il carico da novanta partecipando alla colluttazione e insultando uno degli agenti dicendo: «Ammazzo te e tutta la tua famiglia». A facilitare l’arresto dei due  è stato l'intervento di un militare dell’esercito. «Il giudice ha ritenuto necessario approfondire la dinamica dei fatti- ha commentato la Versace dopo l’udienza- quella che gli agenti hanno indicato come un’azione violenta non era volta a ostacolare l’atto della polizia giudiziaria, piuttosto una reazione difensiva». 

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