Giovedì, 16 Settembre 2021
Cronaca

Aggressioni ed estorsioni ai dipendenti in una ditta in appalto a Fincantieri: 3 arresti

Nei guai i responsabili di una società che opera in appalto diretto all’interno dei cantieri di Monfalcone, Genova ed Ancona di Fincantieri, risultata estranea ai fatti

Foto di repertorio

Aggredivano fisicamente e psicologicamente i dipendenti e si facevano restituire parte dello stipendio: una storia di caporalato che ha coinvolto una società in appalto diretto alla Fincantieri. I Carabinieri della Compagnia di Monfalcone in collaborazione con i colleghi del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Gorizia, alle prime luci dell’alba di oggi hanno dato esecuzione a 3 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti soggetti, responsabili dei reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, estorsione e somministrazione fraudolenta di manodopera, commessi a Monfalcone e nel comune di Falconara a partire dal 2018. Destinatari dei provvedimenti sono i responsabili di una società con sede nella provincia di Ancona, operante in appalto diretto, con l’impiego complessivo di circa 170 lavoratori, all’interno dei cantieri di Monfalcone, Genova ed Ancona della società “Fincantieri S.p.A.”, che è risultata estranea ai fatti ed ha fornito massima collaborazione alle indagini.

Minacce e caporalato

La complessa attività di indagine compiuta dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Monfalcone, insieme ai militari del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Gorizia e diretta dal Sostituto Procuratore della Repubblica di Gorizia Ilaria Iozzi, ha consentito di scoprire le condotte illecite degli arrestati che, nella loro qualità di “capocantiere”, con la minaccia si facevano restituire una parte dello stipendio percepito in busta paga dai lavoratori, quasi tutti extracomunitari di nazionalità bengalese.

Violenza fisica e verbale

In particolare, si è potuto accertare che altri due indagati, di origine bengalese, erano incaricati delle riscossioni del denaro presso i lavoratori connazionali, che poi conferivano agli arrestati. Nel caso in cui un lavoratore si fosse rifiutato di restituire mensilmente parte del denaro in contante percepito in busta paga (che formalmente risultava corretta), entravano in gioco gli arrestati, che minacciavano i lavoratori mediante violenza fisica e verbale o anche prospettando loro la riduzione dell’orario di lavoro, il licenziamento o il mancato rinnovo del contratto di lavoro.

Le somme sottratte alle vittime si attestavano nel 15% circa dell’importo complessivo percepito in busta paga e, per l’assunzione di un lavoratore, veniva corrisposta ai due “capocantiere” una somma variabile tra i 700 ed i 1.000 euro. In alcuni casi, poi, veniva addirittura richiesto il pagamento di 50euro al mese per l’utilizzo degli armadietti necessari agli operai per cambiarsi d’abito all’inizio e al termine del turno di lavoro. Ai lavoratori extracomunitari è stata estorta anche gran parte della somma percepita con la cassa integrazione nel periodo di lockdown nei mesi di marzo e aprile 2020.

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