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Psicologia della notizia

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Psicologia della notizia

A cura di Istituto Europeo di Psicologia ed Ergonomia (IPSE) di Ancona

La diminuzione delle vaccinazioni, psicologia di un boicottaggio

Nelle scorse settimane è uscita la notizia che le Marche – al pari di Abruzzo, Puglia e Valle d’Aosta – sono una delle regioni maggiormente coinvolte nella diminuzione delle vaccinazioni. Per la precisione, la percentuale dei bambini vaccinati si attesta al di sotto del 95%, soglia di garanzia secondo gli epidemiologi per la cosiddetta immunità di gruppo e quindi di non pericolo per l’intera comunità.

Perché molti neo genitori decidono di rifiutare le vaccinazioni e di mettere a rischio la salute dei figli? Dove nasce questo boicottaggio all’immunità? Perché si sviluppa la credenza che le case farmaceutiche e i governi tengano nascosti i dati presunti della dannosità dei vaccini e la loro correlazione con particolari disturbi (ad esempio, l’autismo)?

La spiegazione più plausibile di questo rifiuto e la risposta a queste domande ci è fornita dalla Psicologia del Complotto che individua le determinanti psicologiche dello sviluppo di queste convinzioni.

In estrema sintesi, il complottista è colui che crede che la “vita” sia gestita da un sistema di potere (politico, scientifico, economico, etc.) che controlla il pianeta, decidendo il destino della popolazione. Di conseguenza, questa credenza si sviluppa portando il soggetto ad avere la convinzione che i maggiori avvenimenti di attualità siano gestiti dal sistema di potere e frutto di complotti orchestrati a livello istituzionale.

Come si sviluppano allora tali complotti nella mente delle persone? Secondo gli psicologi Douglas e Sutton (2011), l’approvazione alle teorie del complotto dipende dalla disposizione alla cospirazione da parte dell’ individuo, il quale è portato a questi pensieri e a questa ricerca di motivazioni per l’agire intenso della “proiezione”, ovvero di quel meccanismo di difesa teorizzato per primo da Sigmund Freud. Per proiezione, i sentimenti o le caratteristiche proprie vengono spostati su altri oggetti o persone per liberare la mente da desideri e motivazioni socialmente indesiderate. Di fronte quindi ad avvenimenti d’attualità per la quale si ha difficoltà nel reperire informazioni dirette, le persone possono utilizzare la proiezione per capire cosa gli altri (coloro che sono al potere) potrebbero aver fatto.

Secondo questa teoria quindi, i soggetti coinvolti in tale agire sarebbero coloro che trovandosi ipoteticamente nelle stesse posizioni di potere di governi e industrie farmaceutiche, sarebbero disposti a tali pensieri. Chi affermerebbe quindi “si, nella loro posizione nasconderei i dati della dannosità dei vaccini”, è soggetto alla relativa affermazione inconscia “si, sicuramente avranno nascosto i dati della dannosità dei vaccini”.

Come dicono sia Koerth-Baker, per la quale «una teoria del complotto non è tanto la risposta a un singolo evento, quanto l’espressione di una visione del mondo complessiva», che Goerzel con i suoi studi negli anni ‘90, il complottista tende a spiegare i nuovi avvenimenti che accadono con la stessa logica della generalizzazione e con lo stesso bagaglio di credenze e convinzioni già in possesso e che non può essere messo in discussione (conspiracy effect).

Chi sono i complottisti? Le teorie complottistiche possono essere abbracciate da tutti e, a differenza di quello che si pensi, non sono destinate solo a coloro con bassi livelli intellettuali e formativi. Hanno facilità di insediamento in coloro con una struttura di personalità caratterizzata da bassa autostima e self-efficacy (percezione di controllo e di intevento sul mondo), fino a rappresentare una situazione clinicamente significativa in soggetti paranoidi.

Lo stesso Geortzel (1994) ha mostrato con una ricerca che la tendenza a credere alla cospirazione è correlata a fattori quali l’anomia (intesa come situazione in cui le norme sociali risultano inadeguate o inefficaci), la mancanza di fiducia negli altri, l’incertezza per il proprio futuro lavorativo, il cinismo politico, l’appartenenza ad un gruppo minoritario e, in minor misura, la giovane età.

Nell’era dei social network, la cultura complottista si diffonde rapidamente soprattutto tramite “bufale” condivise dagli users e rese virali da una poca cultura dell’informazione. Basta scorrere la bacheca di Facebook per trovarsi di fronte a notizie e prese di posizione complottistiche. Anche l’ultimo grave accadimento mediatico come l’atto terroristico di Parigi ha visto il proliferare di disinformazione complottistica.

Quali sono le conseguenze del complottismo? Tale esposizione al complotto oltre a diventare molto pericolosa soprattutto quando è la medicina ad esserne vittima (si pensi ai danni delle bufale sugli stessi vaccini, sul rapporto Aids-Hiv e al conseguente abbassamento di allerta a livello preventivo) determina nel soggetto, per assurdo, un effetto di distacco ulteriore dalla società e una limitazione del suo impegno politico/civico e della responsabilità sociale in generale (Sander van der Linden, 2015).

Dott. Daniele Orazi – Psicologo delle organizzazioni e del marketing / Collaboratore dell’Istituto Europeo di Psicologia e di Ergonomia

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