Martedì, 15 Giugno 2021
Psicologia della notizia

Opinioni

Psicologia della notizia

A cura di Istituto Europeo di Psicologia ed Ergonomia (IPSE) di Ancona

Riportare un portafogli, incentivare le buone azioni dopo averle conosciute

A volte emergono dalla cronaca degli avvenimenti, dei piccoli ma importanti gesti, che ci fanno un po' ricredere e ridare un po' di fiducia alle persone che vivono nella nostra città. L'analisi dell'Istituto di Psicologia e di Ergonomia di Ancona

La cronaca è sempre farcita di articoli riguardanti piccoli o grandi fatti di violenza, di comportamenti aggressivi, di soprusi verso i più deboli di malaffare pubblico e privato che crea una sorta di sfiducia e di sospetto verso il prossimo. A volte però emergono dalla cronaca degli avvenimenti, dei piccoli ma importanti gesti, che ci fanno un po’ ricredere e ridare un po’ di fiducia alle persone che vivono nel nostro quartiere e nella nostra città. È il caso dell’articolo uscito su Ancona Today la settimana passata dove si è parlato di due ragazzi che hanno restituito a una volante di pattuglia un portafoglio perso da un uomo bergamasco che era di passaggio in C.so Matteotti nella città Dorica.

Questo piccolo ma ammirevole gesto di altruismo può farci riflettere. Molti si saranno domandati cosa ha spinto questi due giovani anconetani a restituire il portafoglio invece di tenerselo. La psicologia può darci alcune indicazioni per spiegare l’accaduto. I comportamenti prosociali (o altruistici) possono essere determinati da differenti fattori. È stato dimostrato come alcune caratteristiche individuali della persona, come ad esempio, il diverso grado di empatia, cioè l’attivazione emotiva che ci fa provare compassione, tenerezza e simpatia verso la persona in difficoltà che stiamo osservando, ci permette di “metterci nei suoi panni” e di comprendere le emozioni e le sofferenze che quella persona sta provando e di conseguenza decidere di agire per ridurre la sua sofferenza. Un altro fattore individuale riguarda il maggiore o minore senso di autoefficacia, cioè la percezione di poter essere in grado di agire positivamente e di essere d’aiuto alla persona in difficoltà; ovviamente se pensiamo che non potremmo essere d’aiuto decideremmo di non agire, mentre se pensiamo che il nostro apporto possa migliorare o risolvere una situazione saremo più portati all’azione.

I fattori individuali non riescono a spiegare tutte le situazioni di altruismo. Le persone sono disponibili ad aiutare in certe situazioni mentre in altre no, quindi non può essere solo un fatto di personalità o di essere “buoni” o “cattivi”. Ci deve essere sicuramente dell’altro, qualcosa che dipenda non solo dalla persona ma anche dal contesto in cui avviene il fatto. La psicologia sociale, da questo punto di vista, può darci alcune indicazioni. Da tempo si è studiato l’effetto della diffusione di responsabilità, quando la persona sa di essere l’unica in quella situazione a poter dare una mano o aiutare il malcapitato è più probabile che intervenga e metta in atto un comportamento altruistico.

Un altro fattore molto importante è rappresentato dalla percezione di somiglianza e di vicinanza sociale con la persona in difficoltà. Ad esempio, se la persona da aiutare appartiene al nostro stesso gruppo sociale o comunità oppure se l’avvenimento in questione è simile a qualcosa che abbiamo provato durante esperienze precedenti (forse anche i due ragazzi avevano perso in passato il portafoglio e sapevano cosa significasse sia in termini emotivi ed economici quest’avvenimento?), saremo più portati ad attuare un comportamento altruistico rispetto a quando percepiamo una persona molto distante da noi.

Oltre alla vicinanza entra in gioco nella decisione di agire anche l’attribuzione della causa che ha determinato l’evento. Se l’individuo che sta osservando una situazione pensa che la causa della difficoltà della persona non è determinata dalla vittima (è stato derubato) c’è più probabilità che sia effettuato un comportamento altruistico, mentre se si attribuisce la causa del misfatto alla persona in difficoltà (è una persona distratta e gli è caduto il portafoglio) allora c’è minore probabilità di azione; in poche parole si pensa che “si è meritato quello che gli è successo”. Infine, ma non meno importante, come ultimo fattore che può determinare la scelta di aiutare un individuo in difficoltà è rappresentato dalla pressione temporale percepita: è stato dimostrato che le persone con poco tempo e molti impegni da sbrigare tendenzialmente sono meno disposti ad aiutare il malcapitato. Si capisce come al giorno d’oggi, dove il tempo è sempre meno e gli impegni sempre più densi, la pressione temporale risulta un fattore davvero importante nella decisione di aiutare o meno il prossimo.

In conclusione, i comportamenti altruistici o quelli egoistici non sempre sono determinati solamente dal singolo individuo, bensì intervengono altri fattori “sociali” che permettono alla persona di prendere una decisione in poco tempo e in modo inconsapevole se voler essere d’aiuto o meno in una situazione di difficoltà. Per questo è necessario conoscere questi meccanismi e fermarci a riflettere sia sui nostri atti di altruismo che su quelli degli altri, senza giudicare, anzi, cercare di mettersi in gioco in prima persona per essere d’aiuto in base alla nostra sensibilità e alle nostre capacità di azione.

Dr. William Sbacco – Dottore in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni – Formatore di IPSE Ancona 


Per info e contatti: ipse@poliarte.it 

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