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Martedì, 7 Dicembre 2021

Vescovo, martire e santo, l'anconetano più vecchio della storia: San Ciriaco

Ciriaco, prima di divenire Cristiano, era Rabbino Ebraico e fece rinvenire la Vera Croce su cui soffrì il supplizio Gesù Cristo, quindi si convertì e divenne Vescovo probabilmente proprio qui, ad  Ancona

Se mi chiedete quale sia l'anconitano più vecchio che conosco la risposta può essere una sola e indica, inequivocabilmente, l'uomo che dorme in quella teca di vetro, lassù sul colle Guasco. Non è nato ad Ancona, ma l'abbiamo adottato almeno 1500 anni fa (anche di più). Fa parte della nostra storia, lo rappresentano vestito come lo vedete ora sulle nostre monete antiche (nel Medioevo), molti anconitani hanno portano il suo nome. Non mi è chiaro perchè giunse qui, una sorta di compensazione per la mancata traslazione in città delle spoglie di Santo Stefano, e non sono estranei antichi maneggi politici poiché servì l'interessamento di una principessa di stirpe imperiale, Galla Placidia. La raccomandazione della principessa servì per superare la legge imperiale che vietava la traslazione delle salme dei Santi, al fine di ostacolare il commercio delle reliquie. Giunse sicuramente per la via del porto, in una data che stimasi vicina al 433/435 Anno Domini, esattamente  il giorno 8 agosto (il giorno è certo, si celebrava come festività anconitana al pari del 4 maggio). E qui il Santo decise di restare.

VESCOVO, MARTIRE E SANTO - Ciriaco, prima di divenire Cristiano, era Rabbino Ebraico e fece rinvenire la Vera Croce su cui soffrì il supplizio Gesù Cristo, quindi si convertì e divenne Vescovo probabilmente proprio qui, ad  Ancona. Regnante l'Imperatore Giuliano detto l'Apostata poiché voleva restaurare il culto pagano, Ciriaco venne incarcerato a Gerusalemme nell'anno 363 d.C. e sottoposto a torture e quindi a martirio per convincerlo ad abiurare il culto di Cristo. Prima percosso e torturato, forse per mesi, quindi costretto ad assistere al supplizio della madre Anna, arsa viva, infine gli fu fatto bere piombo fuso e, di nuovo, colpito a morte con una pesante lancia. Nel 1979 le spoglie furono sottoposte a ricognizione con moderni metodi scientifici e sul corpo si è riscontrato ogni dettaglio del supplizio, a conferma dell'identificazione della reliquia con l'antico Santo: un femore rotto due o tre mesi prima del decesso, i tessuti del cavo orale e della trachea con eccezionale contenuto di piombo, pari a 300 volte la percentuale presente nei tessuti dei moderni abitanti di zone industriali inquinate, le tracce di edema conseguente alle bruciature provocate dal metallo incandescente, lesioni da taglio alla base del collo ed infine una frattura del cranio, causa finale della morte. Il Santo ingerì il piombo da vivo, sopravvisse e fu necessario un colpo di grazia: la conferma di ogni suplizio descritto anche dalle testimonianze più antiche. Dal 1979 abbiamo quindi sufficienti elementi per credere che il corpo esposto in Cattedrale sia quello di Giuda Ciriaco vescovo, santo e martire. 

C’ERA O NON C'ERA PIU’? Prima ancora dell'identificazione, il dubbio investiva l'accertamento della presenza del corpo del Santo in città. Se ora lo si può venerare nella sua teca di cristallo nel giorno della celebrazione del suo martirio, il 4 maggio di ogni anno, nessuno lo vide per almeno 6 secoli. Nel medioevo era vanto delle città libere di possedere e venerare, in un qualche tempio cristiano, le spoglie di uno o più Santi: i furti erano considerati imprese eroiche e, purtroppo, noi anconitani ne fummo ingenue vittime. Nella chiesa di Santo Stefano, dislocata fuori le mura, era conservato il corpo di San Costanzo e scaltri veneziani, mostrando sui moli del porto alcune sculture che avevano attirato la curiosità dei cittadini, trafugarono la reliquia esponendola poi nella chiesa veneziana di S.Basilio, intorno all'anno 1100. Fortunatamente  Ciriaco era già al sicuro, nella Basilica di S.Lorenzo, ora dedicata a S.Ciriaco.Vi fu traslato intorno all'anno 1000, al completamento del primo assetto dell'edificio; circa 20 anni dopo, precisamente nel 1017, lo stato della reliquia fu nuovamente esaminato, dopo che nella basilica era giunto il corpo del vescovo San Marcellino, che ancora fa compagnia a San Ciriaco nella Cripta dei Protettori. Ma alcuni anni dopo avviene il fattaccio col furto delle reliquie di San Costanzo: si decide allora per una nuova ricognizione a verifica della presenza della reliquia nell'urna marmorea. A conferma delle ispezioni e della loro datazione, nell'ultima ricognizione si sono rinvenute quattro monete: due dell'imperatore del Sacro Romano Impero Ottone III, sul trono dal 983 al 1002 (ricognizione dell'anno 1000); una del successore Enrico II, regnante dal 1004 al 1024 (ricognizione dell'anno 1017), una da attribuire a Enrico IV o V, coniata in un lasso di tempo che va dal 1056 al 1125 (ricognizione dell'anno 1100). Tutti coloro che hanno esaminato il Santo nel corso dei secoli passati hanno desiderato lasciare una traccia, a futura memoria. Anche gli studiosi del 1979, dopo aver esaminato le quattro antiche monete, hanno deciso di lasciare la propria traccia per eventuali futuri studiosi, collocando nell'urna monete italiane coniate nell'anno dell'ultimo accesso.

LE 4 MONETE, ANZI 6. In realtà le antiche monete rinvenute, ad un esame superficiale, sembrerebbero essere sei, ma due dischetti metallici sono ben strani: una insolita fusione di oro e, guarda caso, granuli di piombo. Sembrarono proprio monete a chi vide la salma per la prima volta, dopo sei secoli e a lume di candela, nel 1755. In quell'anno si fece la successiva ricognizione della reliquia del Santo dopo che, per oltre seicento anni, era rimasta nel buio della sua custodia di pietra. Infatti, con il precedente accesso del 1100, constatato che il corpo era ancora lì, si decise di rendere il furto impossibile. Le urne in pietra dei Santi Liberio, Ciriaco e Marcellino furono definitivamente sigillate e la Cripta dei Protettori fu chiusa per sempre da sbarre di ferro, conficcate nella pietra e prive di cancello di accesso. Si creò così un'area impenetrabile dove nessuno mise piede per oltre mezzo millennio, dal 1100 al 1755. In una  notte del 1755 un fulmine penetrò nella cripta e danneggiò la base in pietra: nel varco si introdusse carponi un canonico che, a lume di candela, verificò se fosse ancora presente il Santo nell’urna. La misura di sicurezza definitiva, per quanto drastica, aveva funzionato e il corpo era ancora al suo posto, perfettamente conservato. A questo punto, dopo una sommaria ricognizione dello stato del Santo, si decise di modificare l'antico sarcofago in pietra, aprendone una parete e creando la teca in legno e vetro che consentiva l'adorazione della venerata reliquia. Nel XVII secolo si protrassero dotte disquisizioni sull'identificazione del corpo col Giuda Ciriaco che aveva ritrovato la Vera Croce e che divenne martire del nell'Anno del Signore 363, al tempo dell'imperatore Giuliano,  oppure  altro Ciriaco martire nel 133 d.C. La ricognizione del 1755, per quanto ufficiale, fu però affidata ad un medico il quale si limitò a descrivere la salma, constatandone l'ottimo stato di conservazione senza indagine storica degli altri reperti. Nessuno indagò sulle apparenti “sei monete” che, se accuratamente controllate, avrebbero consentito di stabilire che con il corpo era giunto a noi anche il mezzo del suo supplizio, simboleggiato dai due dischi metallici ottenuti mescolando piombo con oro e inseriti nel sepolcro sin dalla notte dei tempi, per identificare senza dubbio il corpo del Martire.

Davide Toccaceli

 

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