Salute

Come si parla di cancro ad un bambino? I consigli dello specialista

Un aspetto importante, ma spesso sottovalutato, è il dialogo con i bambini in seguito ad una diagnosi di tumore: comunicare ai propri figli l’avvento della malattia e le conseguenze che comporta

Repertorio

Parlare della malattia oncologica resta ancora oggi un tabù dovuto all’intensa sofferenza e ai timori che seguono una diagnosi così importante. Ma parlare della propria malattia, condividere le proprie ansie, chiedere aiuto, esternare i propri pensieri diventa fondamentale per il mantenimento di una sana relazione con sé stessi e con le persone che si prendono cura del malato. Il cancro cambia inevitabilmente tanti aspetti della vita di una persona: il rapporto con la propria immagine corporea, le sensazioni fisiche legate ai trattamenti, l’alimentazione, il rapporto di coppia, il rapporto con i figli, l’aspetto lavorativo e la complessiva progettualità della propria vita. Un aspetto importante, ma spesso sottovalutato, è il dialogo con i bambini in seguito ad una diagnosi di tumore: comunicare ai propri figli l’avvento della malattia e le conseguenze che essa comporta è un compito che si tende a rimandare. Eppure  «Tale passo può creare le basi per una gestione sana dell’esperienza della malattia del genitore» osserva Gianni Lanari, psicoterapeuta responsabile del Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est”.

La reazione

La reazione che un bambino può avere può essere diversa a seconda di tre importanti fattori:

  • La sua età;
  • La sua abitudine all’esternazione delle proprie emozioni e alla comunicazione con la famiglia e il mondo;
  • La sua personalità;

«L’età di un bambino è importante poiché essa fa la differenza sulla sua percezione del mondo. Ad esempio, un bambino sotto i cinque anni d’età potrebbe avere più difficoltà a comprendere l’avvento della malattia e le conseguenze che essa comporta nella vita del proprio genitore e nel complesso della famiglia- continua Lanari- i bambini a quell’età hanno una tipologia di pensiero che Piaget definisce “pensiero magico”, secondo il quale molte cose che accadono attorno a sé possono essere legate al suo comportamento; per esempio, il piccolo può essere portato a pensare cose del tipo “la mia mamma si è ammalata perché quella volta io ho fatto i capricci e l’ho fatta arrabbiare”, un pensiero che può facilmente dar vita a infondati ma intensi sensi di colpa che necessitano di essere sradicati sin da subito. Un bambino di qualche anno più grande invece potrebbe non essere in grado di esternare il suo disagio e le sue paure, facendole ricadere su sintomatologie corporee, su problematiche legate all’alimentazione o sulla condotta scolastica, potrebbe assumere un atteggiamento adultizzato, iper-responsabile, eccessivamente premuroso come espressione della paura della separazione dalla propria figura di accudimento».

L'adolescente

«Un adolescente, invece, vive già di suo un periodo più complesso per via dei cambiamenti che riguardano più ambiti della propria esistenza, dai processi fisiologici a quelli ideativi, da quelli umorali a quelli comportamentali. Egli va incontro alla sua progressiva indipendenza, alla sua autodeterminazione ed emancipazione dalle proprie figure genitoriali, per cui l’arrivo di un evento così ingente nella sua vita può comportare un congelamento di tali processi o, al contrario, uno scompenso di essi- spiea Lanari- a seconda della struttura di personalità del minore, possiamo osservare la messa in atto di meccanismi difensivi più o meno funzionali per fronteggiare tale situazione: ci sono bambini che tendono a distaccarsi, mettere in atto vere e proprie forme di evitamento allo scopo di prepararsi in qualche modo alla separazione dal genitore; altri ancora potrebbero andare incontro a regressione dello stadio evolutivo, cioè cominciare a comportarsi come bambini più piccoli della loro età perché spaventati, impauriti dalla minaccia della perdita o per attirare l’attenzione degli adulti e tenerli più vicino a sè». 

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