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Venerdì, 19 Aprile 2024
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Cinquant'anni fa il terremoto di Ancona: «Sembrò non dovesse finire mai»

Sono passati 50 anni dalla scossa del 14 giugno 1972, la più forte della lunghissima sequenza da oltre 500 scosse che sconvolse la vita di Ancona a partire dal 25 gennaio di quello stesso anno

ANCONA - Sono passati 50 anni dalla scossa del 14 giugno 1972, la più forte della lunghissima sequenza da oltre 500 scosse che sconvolse la vita di Ancona a partire dal 25 gennaio di quello stesso anno. In quel giorno di fine primavera il sisma fu di magnitudo 4,7 e, appena due ore più tardi, ne sarebbe arrivata un’altra da 4,4. Quella sera agli anconetani sembrò che l’incubo non dovesse finire mai. Invece, come presto si scoprì, quell’evento segnò la fine della sequenza. Seppure nessun cittadino morì a causa dei crolli, i danni agli edifici furono ingenti e diffusi e gli sfollati furono circa 30mila, ospitati in tende, alcuni in vagoni ferroviari, in palestre e anche su una nave, la Tiziano.

«Ricordare questo anniversario è doveroso - commenta il presidente dell’Ordine dei Geologi delle Marche, Piero Farabollini - perché quegli eventi segnarono una svolta, a livello nazionale, sia nel modo in cui monitoriamo i terremoti ma anche in termini di prevenzione. Quello di Ancona fu infatti uno dei primi monitoraggi sismici su vasta scala nel nostro Paese, con un’ampia rete sismometrica cui seguì un’importante indagine di microzonazione dell’intero territorio anconetano. Una tecnica che, con mezzi diversi, ancora oggi è di straordinaria importanza per la mappatura dei territori a rischio sismico. Naturalmente in questo mezzo secolo - continua Farabollini - i progressi scientifici e tecnologici sono stati notevoli e crediamo che una forte spinta alla ricerca italiana sia arrivata proprio dai fatti di Ancona, ancora oggi ricordati con dolore dalla popolazione. Tuttavia, è ancora lunga la strada che il nostro Paese deve percorrere per maturare una piena consapevolezza del rischio sismico - ammonisce il presidente dei geologi marchigiani - che come sappiamo, nell’Italia appenninica è molto marcato. Pensiamo ad esempio all’edilizia antisismica, che ha raggiunto standard molto elevati ma che in Italia neanche i bonus e gli incentivi statali sono finora riusciti a far veramente decollare. Se l’edilizia antisismica fosse molto più diffusa, oggi una sequenza come quella che colpì Ancona nel 1972 provocherebbe danni molto più lievi».

«Ancora una volta vogliamo ribadire il ruolo vitale della ricerca - conclude Farabollini -, in merito alla quale figure professionali come i geologi risultano insostituibili. Non dimentichiamoci che non c’è prevenzione sismica senza una migliore conoscenza del nostro sottosuolo. E in questo senso il lavoro che ci aspetta, e che quotidianamente svolgiamo, è ancora lungo. Ma non possiamo farlo in modo adeguato senza finanziamenti e senza l’appoggio delle istituzioni. È proprio nei momenti ‘di pace’ che bisogna profondere il massimo impegno nella riduzione del rischio, per far sì che le emergenze accadano sempre più di rado. Non accendiamo il faro su ricerca e prevenzione solo durante gli anniversari o, peggio, dopo una tragedia».

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