Michele Scarponi diventa un film: “Gambe” presentato in anteprima alla Mole

Un film da 52 minuti realizzato da un idea di Marco Scarponi, prodotto da Subwaylab in collaborazione con la Fondazione Michele Scarponi

La proiezione del film alla Mole

Chi si aspetta di vedere le migliori scalate, le vittorie e le imprese di Michele Scarponi sulle salite del Giro d’Italia cerchi altro. “Gambe” non è un biopic, ma qualcosa di altrettanto bello e molto più importante. Il film di 52 minuti presentato in anteprima ieri sera al Lazzaretto Cinema è un messaggio, anzi due. Il primo: la strada è di tutti, dove per “tutti” si intendono ciclisti, camionisti, automobilisti e pedoni. Il secondo: quando un ciclista muore investito da un veicolo non sempre è giusto parlare di “incidente”, ma spesso è bene usare la parola “omicidio”. Concetti espressi in quasi un’ora di proiezione da chi l’Aquila di Filottrano l’ha conosciuta da vicino e da ex ciclisti come Marina Romoli e Luca Panichi, che a causa di qualche automobilista distratto sono costretti su una sedia a rotelle.

(GUARDA IL TRAILER)

Il docufilm è nato da un idea di Marco Scarponi, fratello del campione scomparso il 22 aprile del 2017. E’ stato scritto, diretto e prodotto da Subwaylab in collaborazione con la Fondazione Michele Scarponi. Il team ha raccolto testimonianze di ciclisti affermati tra cui il campione del mondo Peter Sagan, Daniel Oss, Dario Cataldo, il commissario tecnico della Nazionale di ciclismo Davide Cassani ma anche personalità di altri sport e amici di Michele come il Ct della Nazionale Roberto Mancini, il giornalista Marino Bartoletti, architetti esperti di mobilità alternativa, dirigenti di polizia stradale e tanti altri. Nel film compaiono anche mamme e papà di tutti i giorni come Vittorio Saccinto, papà di Francesco, il giovane di Corinaldo travolto da un camion nel settembre del 2013. Ci sono anche le mamme che fanno parte del progetto “Massa Marmocchi” a Milano, nato per accompagnare i bambini a scuola in bicicletta e quelle di “Bike School” che nel centro di Roma fanno praticamente la stessa cosa. Il legame tra tutti è chiaro: in Italia non si fa abbastanza per garantire la sicurezza dei ciclisti, atleti e amatori muoiono o restano feriti non per l’automobile “impazzita”, ma perché alla guida spesso c’è qualcuno che sceglie il telefonino alla vita di un ciclista. 

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La serata è stata aperta da Marco Scarponi, che ha spiegato il senso del titolo: «Lo abbiamo chiamato “Gambe” come le gambe di Michele, che erano quelle di un campione ma anche quelle della mia famiglia. Attraverso le gambe di mio fratello tutta la nostra famiglia è uscita allo scoperto e ha dimostrato la sua forza- ha spiegato Scarponi- abbiamo però scelto questo titolo anche per le gambe che purtroppo non ci sono più a causa degli incidenti stradali». Fabio Sturani, capo della segreteria del governatore Ceriscioli ha assicurato la collaborazione della Regione Marche al tema sicurezza, poi è stata la volta del commovente pensiero di Marino Bartoletti: «Il ciclismo non ha bisogno di eroi, ma i ciclisti hanno certamente bisogno e diritto di non morire». Nel video compare Roberto Mancini, che ai tempi del Manchester City si recava al campo di allenamento in bicicletta: «Le macchine non mi superavano finché la strada non era libera e lo facevano comunque a distanza di 5 o 6 metri. La polizia in Inghilterra obbliga i ciclisti ad andare in due e occupare l’intera corsia, in modo che la macchina superi solo quando ne ha la possibilità». Parole che fanno il paio con quelle dell’ex campione del mondo di ciclismo su strada Gianni Bugno: «I ciclisti camminano affiancati perché così si sentono più protetti». La giornalista Alessandra De Stefano ricorda i momenti passati con l’Aquila nelle tappe dei vari Giri, e ha osservato come chi sta in macchina si sente più protetto rispetto a un ciclista. Concetto ripreso da Peter Sagan: «In strada siamo uguali. La differenza? Il ciclista non ha protezione- ha detto il campione del mondo- certo che non possiamo sentirci sicuri, perché siamo nel traffico aperto e non in un velodromo». Davide Cassani ricorda Michele, ma anche che in Italia muore un ciclista ogni 36 ore: «Cosa racconto di lui ai miei figli? Che sul Colle dell’Agnello si è fermato ad aspettare Nibali, il quale vinse quel giro perché Scarponi fu un gregario fantastico- ha detto il Ct- racconto anche che l’ho sentito il giorno prima di morire ed era contentissimo di tornare ad essere capitano in una corsa come importante come il Giro, ma dobbiamo anche cercare di far capire che per colpa di qualcuno che non rispetta le regole qualcun altro muore». 
 

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