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Margherita Carlini

Margherita Carlini

25 novembre: «Abolire il giudizio sociale e attenti al web: amplifica le violenze»

In vista del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, parla la psicologa, psicoterapeuta e criminologa anconetana Margherita Carlini, la quale mette in guardia dal web

«Il mutamento grosso rispetto a 15 anni fa è rappresentato dal web perché l’utilizzo dei social da parte dei maltrattanti amplifica le conseguenze della violenza. Se prima gli uomini facevano delle foto intime e volevano fare del male, le inviavano via posta a qualche familiare. Adesso le fanno girare online, amplificando il danno che possono fare. Cosa fare? I numeri ci dicono che, a fronte di pene più severe, non diminuisce il fenomeno. Questo perché, sebbene le pene possano essere un deterrente, il violento non si ferma per paura della pena. Per questo bisogna agire sul tasso di rischio e attuare interventi mirati. Soprattutto continuare una battaglia culturale perchè gli uomini che agiscono così, non sono necessariamente pazzi, ma il frutto di retaggi ancorati ad un ruolo di genere stereotipato, per cui sono uomo, quindi ho il diritto di avere una supremazia e se mi contrasti posso usare la violenza contro di te che sei donna e quindi sei subordinata a me. Ma quello che impedisce alle donna di liberarsi è il giudizio morale della società e la prova sta nel fatto che la maggio parte delle donne che incontriamo chiedono la separazione dopo il tradimento più che dopo la violenza. Il motivo? Lasciare per tradimento è socialmente accettato, lasciare per la violenza no. “Ti ha menato? Avrai fatto qualcosa per provocarlo è la reazione di chi ci sta intorno”».

E’ un quadro ancora avvilente quello delineato dalla psicologa, psicoterapeuta e criminologa anconetana Margherita Carlini, che ogni giorno affronta il problema della violenza sulle donna al Centro Antiviolenza di Ancona. Lei, che ha anche raccontato uno dei casi capitatole di recente, ci dà però anche un dato positivo. Le donne anconetano oggi sono comunque più consapevoli. «Molte donne hanno compreso e lo vediamo dal fatto che vengono da noi anche prima della violenza fisica e questo significa che sanno riconoscere anche la violenza psicologica. Il problema è che si fa ancora tanta fatica a portare a processo queste situazioni se non ci sono elementi».

Ma se il problema è culturale, dunque anche educativo, dove agire per una società con uomini mano violenti? «Si deve partire dall’educazione dei bambini maschi e femmine, orientata al rispetto dell’altro e altra senza distinzioni di ruoli di genere perché gli uomini che agiscono così, non per forza criminali o pazzi, gli uomini sono violenti perché per loro la donna deve comportarsi in un certo modo. Dobbiamo insegnare ai nostri figli che donne e uomini sono liberi di fare le loro scelte indipendentemente dal genere e solo nell’ottica del rispetto dell’altro. Ai giovani dobbiamo insegnare a riconoscere i primi segnali, quelle dinamiche di controllo che non vanno sottovalutate».

Un esempio? «C’è uno studio che riguarda le coccole nei confronti dei bambini dell’asilo. Lo studio dice che, a parità di lamento, vengono coccolate di più le femmine perché si parte dal presupposto che i maschi non ne avrebbero bisogno in quanto maschi. Questo è per far capire cosa intendo quando dico che dobbiamo educare gli uomini al fatto che non esiste un modo di essere uomini e che quelli sono solo stereotipi». 

Anche gli adulti hanno bisogno di imparare? «Certo, parlo anche di professionisti, che oggi devono imparare a riconoscere la violenza che muta continuamente. Se ci sono i figli di mezzo, la violenza che si pensa cessata dopo la separazione in realtà resta e si trasforma, cambia modo di agire e allora il padre muove violenza attraverso i figli, tentando di mettere in cattiva luce la madre con i soliti stereotipi. Anche quella è violenza, che si è trasformata per continuare a sopravvivere».

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