Incertezza cannabis light, le precauzioni dei commercianti - VIDEO

Il punto di uno dei titolari dei negozi dopo la sentenza della Cassazione

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Qualcuno ha fatto sparire dagli scaffali le infiorescenze, quelle che si comprano in teoria per uso tecnico-scientifico, in pratica per fumarle. Qualcun altro ha svuotato i magazzini, temendo un’ondata di sequestri. C’è chi, invece, va avanti dritto per la sua strada, sicuro di stare dalla parte della legge. Che non è chiara, il problema è questo. Né la sentenza della Cassazione a sezioni riunite ha contribuito a dissipare i dubbi. Si vieta «la cessione, la vendita e in generale la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L (l’unica consentita in Italia, ndr), salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Qui nasce la contestazione dei titolari dei tre cannabis shop di Ancona.

«Questa sentenza ci lascia nell’incertezza più di prima perché non chiarisce qual è la soglia drogante. Nel dubbio, ci atteniamo alla giurisprudenza che considera droga tutto ciò che supera lo 0,5% di Thc» dice Lorenzo Castignani, proprietario della catena Indoornova Grow Shop presente con due negozi a Macerata e uno ad Ancona, in via XXIX Settembre: il quarto aprirà a giorni ad Osimo, nonostante tutto. Il Thc è il Tetraidrocannabinolo, cioè il principio attivo della canapa, che i giudici e le forze dell’ordine considerano abitualmente psicotropo dallo 0,5% in su. Castignani, come gli altri commercianti dorici, hanno subito nei mesi scorsi ingenti sequestri di merce, in seguito restituita. «Nel mio caso sono passati 6 mesi e ho dovuto buttare via tutto: ci ho rimesso 50mila euro, senza considerare i soldi spesi per gli avvocati e i danni d’immagine» protesta. E ora che si fa? «Tocca aspettare che vengano pubblicate le motivazioni della sentenza della Cassazione, nel frattempo si lavora con la paura che da un momento all’altro vengano di nuovo a portarmi via tutto. Gli stessi clienti sono preoccupati, ma più che altro temono di non trovare più i prodotti che gli permettono di curare lievi problemi, come dolori muscolari, ansia e insonnia. Perché tutto quello che vendiamo non solo è legale, ma fa bene alla salute, senza contare che contribuiamo pure a combattere il mercato nero della droga. Cosa farò da qui in avanti? Aspetto notizie, ma non rinuncerò a vendere. Magari alleggerirò solo il magazzino e ridurrò gli ordini per evitare ulteriori danni. E chissà, un giorno mi trasferirò all’estero dove non ci sono tutti questi problemi».

Serrande alzate, come se nulla fosse, anche negli altri due shop del centro, il Cannabis Store Amsterdam di corso Garibaldi e il Mari-Kà sotto la Galleria Dorica. «Si è fatto tanto rumore per nulla: la Cassazione non ha detto che dobbiamo chiudere, ma ha ribadito che non si possono vendere derivati della canapa con effetto drogante - spiega Marco Totaro, titolare del Mari-Kà -. L’unica cosa che cambia, a livello pratico, è che il limite di Thc scende da 0,6 a 0,5%, ma già tutti noi ci eravamo adeguati, a scopo precauzionale. Dunque, in attesa di chiarimenti e senza voler interpretare la sentenza a nostro favore, crediamo di poter tranquillamente commercializzare prodotti sotto lo 0,5% di Thc, a prescindere da cosa si vende. Tutti auspicavamo una legge e una sentenza chiara, lo stesso procuratore generale aveva chiesto alla Cassazione di inviare gli atti alla Corte costituzionale, ma la sua istanza non è stata accolta. Spero che non accada più ciò che è successo nel giugno scorso: 15mila euro di prodotti sequestrati e restituiti 20 giorni dopo, seguiti da un iter giudiziario infinito tra ricorsi, opposizioni e rinvii». 
 

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