"Er boja" e le esecuzioni in casa: Luigi, Pacifico e Michele giustiziati da Mastro Titta

Odiato e temuto in tutto lo Stato Pontificio tra fine '700 e metà '800, Mastro Titta eseguì alcune sentenze capitali anche ad Ancona e provincia

Foto tratta da Aleteia

Si chiamava Giovanni Battista Bugatti, era nato a Senigallia nel 1779 e quando compì 17 anni iniziò la “professione” che lo avrebbe fatto inserire nei libri di storia: l’esecutore di sentenze capitali. Nel 1864, anno della “pensione", Mastro Titta, questo il suo soprannome, avrà ucciso ben 514 condannati a morte. 

Temuto e odiato

Bugatti si spostava in lungo e in largo per tutto lo stato pontificio. Quando c’era da mettere a morte qualcuno il compito di eseguire la sentenza spettava a lui. Fu lo stesso boia a raccontare in prima persona una delle prime esecuzioni, testimonianza che si trova nell’archivio storico di Valentano (Viterbo). Era il 28 marzo del 1796 quando in una località chiamata Poggio delle Forche uccise tal Marco Rossi: «aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità». Bugatti viveva a Roma, precisamente al vicolo del Campanile 2, a due passi da San Pietro e dall'allora prigione di Castel Sant'Angelo. All’attività di carnefice affiancava quella di pittore e venditore di ombrelli (da qui il titolo di “mastro” ovvero “maestro), ma in città ovviamente non era ben visto: i romani non volevano vederlo sulla parte opposta del Tevere, tanto da coniare il detto: “boja nun passa ponte”. Il problema è che per raggiungere il patibolo a Campo de’ Fiori o Piazza del Popolo, Titta doveva per forza recarsi sull’altra sponda del fiume. Da qui un secondo detto: “Mastro Titta passa ponte”, locuzione ancora in uso per indicare che in quel preciso giorno è previsto qualcosa di brutto. 

Ancona, Jesi e Osimo

In carriera, Mastro Titta eseguì anche una sentenza a Jesi e una ad Osimo. Nel primo caso impiccò Pacifico Sentinelli (30 ottobre 1797), reo di aver ucciso il suo carceriere. Ad Osimo decapitò Michele Bianchi (19 agosto 1834), condannato per aver ucciso la moglie. E Ancona? Sì, c’è anche il capoluogo marchigiano nel tacquino del boia. Il 7 maggio 1833 Mastro Titta tagliò la testa a Luigi Gambaccini d’Arcevia, condannato per rapina a mano armata.

Il Fantasma 

La leggenda vuole che lo spirito di Mastro Titta si aggiri ancora in alcuni luoghi di Roma. Se siete in città e incontrate un uomo avvolto da un mantello rosso che vi offre del tabacco (era solito fare così con i condannati prima di ucciderli) alzate i tacchi: potrebbe essere il fantasma de “er boja”. 

“Er ricordo”

A Mastro Titta fu dedicato anche un sonetto da Gioacchino Belli dal titolo “Er ricordo” (1830). In questo passo si parla anche dell’aneddoto riportato nel film “Il Marchese del Grillo”, quello in cui i genitori che assistevano a una esecuzione davano uno schiaffo ai figli per ricordare loro il destino dei delinquenti. 

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