“Farai la fine del ca’ de Luzi”, il detto anconetano tra leggenda e verità

Ad Ancona è un modo di dire molto noto, ma chi viene da fuori non conosce l'origine di questa espressione radicata nella tradizione popolare

Foto tratta da petsblog.com

“Fare la fine del ca' de Luzi” è un’espressione che fa sbarrare gli occhi a chi non è anconetano, ma in città basta e avanza per esprimere un concetto chiaro: significa fare una brutta, bruttissima fine dopo una serie di accadimenti singolari quanto violenti. Come nasce l’espressione? Abbiamo consultato diverse fonti tra cui il portale Lovelyancona, che a sua volta cita lo storico autore Mario Panzini, e il portale anconanostra. Il ca’ de Luzi significa letteralemnte “il cane di Luzi” e questo è quello che secondo la tradizione popolare gli è accaduto.

Leggenda o verità 

Pare che l’espressione prenda il nome dal destino del cane appartenuto al sarto Ulderico Luzi, di cui Panzini scrive addirittura l’indirizzo di casa nel suo “Dizionario del vernacolo anconitano”. Un giorno, secondo la leggenda, il cane cadde dal balcone dell’appartamento di corso Carlo Alberto. Brutta fine? No. Miracolo, o quasi. Sempre secondo la tradizione infatti, mentre il cane si stava rialzando venne investito da un calesse. Nonostante tutto, il cagnolino era ancora vivo ma un tram di passaggio non fece in tempo a frenare. Stavolta "el ca' "non ebbe scampo, l'investimento gli fu fatale. Fare la fine del ca’ de Luzi, in pratica, significa entrare in una serie di circostanze talmente avverse e singolari capaci di portare a una brutta fine. Ad Ancona la frase è usata anche in tono minaccioso. Insomma se non siete anconetani e qualcuno al semaforo vi augura la fine del ca’ de Luzi, ora sapete cosa significa e potete fare tutti gli scongiuri del caso. 

La versione di Panzini 

«Parechi ani fa Luzi Ulderico, de prufessió sartore, stava de casa e lavurava nté ‘n apartamento al primo piano de Palazo Gozi (de fronte ala Standa de Corzo Carlo Alberto) e ciaveva ‘n cà; ‘n giorno stu cà jé casca dal terazì de soto sula strada (che qula volta se chiamava via De Pinedo), e pòle esse che se la sarìa cavata, se nun fosse stato preso soto prima da ‘n calesse che passava de lì, e po’ adiritura dal tranve; ogi st’espressió se usa per dì de esse propio sfigati al massimo, ma qula volta sta frase era na vera e propia minacia». (Dizionario del vernacolo anconitano, Mario Panzini, 1966/2001).

 
 

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