«Io picchiata per anni da mio marito, confidandomi ho trovato il coraggio: un lieto fine è possibile»

Per anni vittima delle violenze da parte del marito, ha deciso di parlare con noi di AnconaToday, a cui ha scelto di raccontare la sua testimonianza

Foto di repertorio

«Se fossi rimasta li da sola non so nemmeno se sarei andata in ospedale, non so se ne sarei mai uscita. Avere persone vicino aiuta perché da sola non ce la fai a toglierti da quella situazione. Hai paura, temi che possa rovinare quel rapporto che tendi a tutelare perché convinta che prima o poi le cose miglioreranno. Invece bisogna parlarne, confidarsi con qualcuno, a volte aiuta parlare anche con un estraneo. A me ha aiutato ad uscire da quella bolla in cui vivevo, a trovare il coraggio di aprire gli occhi e prendere consapevolezza del fatto che se lui mi picchiava non era colpa mia, non ero io ad essere sbagliata, che non è peggio se si reagisce. Si parla troppo di storie finite male e mai di storie finite bene. Oggi posso dirlo e lo dico a tutti: un lieto fine c’è». Parla così la 32enne anconetana per anni vittima delle violenze del marito da cui si è separata grazie all’intervento di una sua amica che le abitava vicino e che, dopo l’ennesima lite, è arrivata a casa sua e l’ha convinta a rivolgersi al Pronto Soccorso. Oggi, a distanza di anni, dopo un percorso psicologico, parla con noi di AnconaToday, a cui ha scelto di raccontare la sua testimonianza. Lo fa con serenità di chi può guardare al passato con la consapevolezza di aver avuto un’altra possibilità nella vita. Soprattutto dopo un processo in cui è stata assistita dall’avvocato Laura Versace (foto in basso), già impegnata da anni nella difesa delle donne vittime di violenza all’interno delle aule di giustizia. 

«Ci conoscevamo dalle medie, ero piccola, avevo 17 anni, a quella età non capisci quando la gelosia diventa troppo forte. Non mi reputo una brutta donna e sì avevo diversi amici e a lui questo dava molto fastidio e durante delle discussioni è capitato un paio di volte». 

E’ capitato che cosa? Che lui le mettesse le mani addosso? «Sì, mi ha preso a calci e pugni, una volta eravamo in un parco pubblico ed è stata un’amica ad intervenire per fermarlo. Un’altra volta mi ha preso a cazzotti sulla schiena». 

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Come guardava a queste violenze? «Non capivo che era sbagliato, lui diceva di essere dispiaciuto, piangeva dopo avermi fatto del male e tendeva a colpevolizzare perché, a detta sua, se era geloso era per colpa mia. Così mi sono allontanata, poi dopo aver compiuto 18 anni mi sono riavvicinata a lui e sono rimasta incinta. E’ stato un periodo tranquillissimo, avevo anche ricominciato ad uscire con le amiche. Ho pensato che fosse cambiato, che avesse capito, ma poi quando ho ripreso a lavorare è ricominciato daccapo». 

Perché proprio dopo aver ricominciato a lavorare? «Ma perché per lui io ero una donna se facevo la donna di casa che guardava il figlio, puliva e cucinava. Io sono cresciuta in un ambiente di sole donne perché mio padre ci ha abbandonate quando ero piccola e non ho mai concepito il discorso dell’uomo che lavora e porta a casa i soldi e la donna che sta dentro casa. A questo mi sono sempre opposta ed era motivo di discussione».

Lui cosa le rimproverava? «Mi accusava di non essere una buona compagna e una buona moglie».

E lei si sentiva in colpa? «Sì, ero arrivata a dubitare di me stessa, pensavo che forse sbagliavo io, che aveva ragione lui. Poi io, con il fatto che i miei genitori si erano separati presto, avevo paura di restare da sola con mia figlia. Per diverso tempo ho pensato fosse meglio subire, per non restare da sola e per non far stare senza padre mia figlia».

Voi siete stati insieme 11 anni. Nel periodo immediatamente successivo ha subito violenze? «Anche se mi hanno spiegato che nemmeno uno spintone va bene, grosse botte non le ho mai prese in quel periodo, però bastavano le sue parole a bloccarmi». 

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Che cosa la bloccava? «Era come se non avessi più carattere, mi sentivo sempre insicura e sentivo che tutto quello che facevo era sbagliato. Quindi ogni volta che alzava la voce avevo paura di lui, ero diventata uno zerbino, mi ero chiusa, avevo allontanato amici e familiari e nessuno sapeva che cosa succedesse in quella casa. Perché, quando il bambino aveva 1 anno abbiamo comprato casa e siamo andati a vivere insieme». 

Perché non parlava con nessuno? «Provavo un poì di vergogna, ma soprattutto avevo paura di distruggere tutto perché avevo sempre la speranza che potesse cambiare, che le cose potessero migliorare e allora era dannoso andare a parlare male di lui anche alle mie sorelle o alle amiche. Io pensavo di essere quella che lo avrebbe cambiato. Sbagliatissimo». 

Poi, c’è stato un momento in cui lui ha ricominciato ad alzare le mani? «Nell’ultimo anno e mezzo di storia mi ero allontanata da lui e quando gli ho detto che non sapevo se lo amavo più, lui ha ricominciato: calci, pugni, mi attaccava al muro, mani al collo, schiaffoni, non controllava più la gelosia».

Ma possibile che nessuno si sia mai accorto di nulla? «Ma no perché all’apparenza lui era perfetto, di fronte agli altri era il classico bravo ragazzo e gran lavoratore».

Poi c’è stata quella sera in cui le ha anche strappato una ciocca di capelli tanto le aveva tirato i capelli e a salvarla è stata la sua vicina di casa. «Un’amica che abita a pochi passi da me. Dopo, quando lui se ne era andato, è arrivata lei e ha detto “Basta ti porto in ospedale, poi dall’ospedale ho chiamato le mie sorelle, che sono andate a prendere la bimba dai nonni paterni».

Se non ci fosse stata quell’amica, come sarebbero andate le cose secondo lei? Avrebbe trovato comunque la forza per denunciare? «Non credo ce l’avrei fatta. Avere persone vicino aiuta, da sola non ce la fai a toglierti da questa situazione. Ma poi piano piano, con l’aiuto di altre persone, sono riuscita a vedere la bolla in cui vivevo, dopo anche gli amici hanno iniziato a capire, ho preso coraggio e ne ho parlato anche con la mia famiglia. Eppure quando lì io certe cose non le vedevo. Dentro di me pensavo che se aveva bisogno di queste cose, di sminuire me per sentirsi qualcuno, stavo zitta e lo facevo contento perché le vedevo come l’espressione di una persona insicura e desiderosa di certezze».

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Intende dire che lo faceva per “amore”? «Sì, tacevo per amore, anche se oggi mi faccio ancora molte domande: ero  innamorata o avevo paura di stare da sola?».

E che risposta si è data in questi anni? «Quello non era amore, era l’infatuazione di una 17enne in cui, ad un certo punto, la paura di restare da sola ha preso il sopravvento. E lui, ad aumentare quella paura, mi diceva sempre che tanto se mi lasciva lui io ero finita perché non mi avrebbe preso nessuno».

Ma le cose non sono andate così come diceva lui vero? «Infatti. Adesso io ho mi sono ripresa, quando lo vedo io vado a testa alta e non ho più paura di affrontarlo, mentre è lui ad essere cambiato, non è più il padre padrone di prima, magari ha imparato qualcosa, ma io non devo più pensarci al fatto che lui possa essere cambiato o no».

E adesso lei guarda serenamente al futuro? «Sì, adesso ho un altro uomo e sono serena. Mi spiace solo che quando si parla di violenza sulle donne fanno scalpore solo le storie che finiscono male e non si parla mai di quelle che finiscono bene».

Lei ne è un esempio. «Anche perché io avevo paura a reagire perché temevo il peggio, temevo che le cose potessero andare peggio e che nessuno avrebbe potuto salvarmi di quella condizione. Se reagisco è peggio per me pensavo. Non è così. E’ possibile un lieto fine e le donne lo devono sapere». 

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