Via Fanti, perle d'arte dimenticate nell'ex convento di San Francesco alle Scale

Dopo numerose insistenze da parte del giornale "Urlo" e di alcuni esperti d'arte di Ancona, sono stati invitati per un sopralluogo fra le rovine del complesso conventuale adiacente l’edificio di culto. Ecco cosa è emerso

Alcuni stemmi nobiliari ritrovati- CREDIT ALESSANDRO MAGI

Decine di pregevoli reperti in pietra plurisecolari, molti in buono stato, tutti colpiti da una sorta di “damnatio memoriae”, Quella che dal 1944 tormenta l’intero sito dell’ex Convento di San Francesco, accanto all’omonima e coeva chiesa trecentesca, nel cuore del centro storico di Ancona. Gli imponenti ruderi del vasto complesso architettonico, situato tra le vie Fanti e Orsini, continuano a lanciare il loro inascoltato sos perché venga salvata dall’oblio e dal degrado e valorizzata questa importante pagina della memoria del capoluogo marchigiano. A rilanciarlo è stato proprio il mensile di Ancona "Urlo". Giovedì 12 novembre, interno della Chiesa di San Francesco alle Scale. Dopo mesi di insistenti “suppliche”, rese più autorevoli da analoghe richieste dell’architetto e studioso del passato dorico Massimo Di Matteo, il Comune batte un colpo. Scatta l'incontro sul posto con Alessandro “Alex” Magi del gruppo Recuperankona, Fabio Barigelletti e Stefano Piazzini del circolo Pungitopo di Legambiente, presente lo stesso Di Matteo, accolto dall’ing. Ermanno Frontaloni e dall’architetto Patrizia Piattelletti, dirigente e funzionaria dell’Ufficio municipale Patrimonio cui va il merito di averci invitati per un sopralluogo fra le rovine del complesso conventuale adiacente l’edificio di culto. Entrati nel chiostro che fu, ridotto a savana selvaggia disseminata di detriti e rifiuti, bypassati alcuni porticati voltati e cadenti, eccoci ai margini di un basso edificio diroccato con più ambienti attiguo all’immobile più grande del sito, il Salone del Capitolo. Gli accesi all’edificio, basso ma esteso in lunghezza, sono murati. La tentazione è forte. Con Alex e Frontaloni ci caliamo all’interno da una breccia di una parete, camminiamo cauti nell’oscurità - “armati” di pile elettriche - tra macerie, travi di legno e cemento, residui di lavori edilizi incompiuti, e infine entriamo in una specie di tunnel delle meraviglie. Sì, meraviglie.

Siamo in un limbo di opere scultoree accatastate alla rinfusa, coperte da polvere e sporcizia. La luce delle torce illumina in particolare tre lastre: su una, di circa un metro per due, è scolpito un incantevole angelo con un’ala spezzata; un’altra (rotta in tre parti rimaste unite), raffigura un uomo seduto in abito lungo e drappeggiato, dal volto barbuto, che tiene in mano un libro e guarda un capitello sormontato da un busto di una figura maschile; la terza, una lapide del ‘300, con scritte in gotico, proviene da una delle tante tombe della Chiesa di San Francesco alle Scale. Così come erano originariamente collocate in quella chiesa altre tre piastre, con simboli di antiche famiglie nobiliari (nei giorni seguenti identificate dallo storico Giuseppe Barbone): la più piccola, integra, è lo stemma di Giovan Battista Grazioli (sec. XVII); quella accanto, una specie di stele, è il blasone degli Scalamonti (1508); sulla terza, originariamente parte di un manufatto più grande, campeggia il leone rampante dei Fazioli (sec. XVI). Al sepolcro di Grazioli appartiene anche un’altra lapide con testo biografico. Sono gli esempi più eclatanti questo giacimento di antica arte architettonica, ancora da esplorare, dove tra altro materiale e frammenti lapidei, pezzi di cornicioni e portoni, mattoni, granitici blocchi si nascondo ulteriori nobili perle decadute.

Ancora stupefatti, cerchiamo un acceso per il contiguo Salone del Capitolo, meta principale della nostra perlustrazione, dato che – come provato da un'altro articolo dell’aprile 2008, contiene altri fantastici reperti in pietra: nulla da fare, ermeticamente blindato anni fa, su decisione del Comune. Il tunnel delle meraviglie dà sul tratto finale della salita di via Fanti. Passiamo un cancello, siamo di nuovo all’area aperta, ma non usciti “a rimirar le stelle”. Le stelle le abbiamo lasciate nel buio alle nostre spalle. L’obiettivo, ora o mai più, è recuperare quelle stelle d’arte antica, valorizzarle. Mercoledì 9 dicembre, Ufficio Patrimonio del Comune. Osserviamo di nuovo con l’ing. Frontaloni le foto con le quali  abbiamo immortalato le scoperte di un mese prima. Il dirigente ne ha parlato col sindaco Mancinelli, l’assessore alla Cultura Marasca, il direttore generale del Comune Gasparini. E si è dato da fare. «E’ un dovere per noi mettere al sicuro quelle opere, di proprietà del Comune come tutto l’ex complesso conventuale. – ribadisce – Le tireremo fuori, assieme a quelle dimenticate nel Salone del Capitolo. Penso di metterle provvisoriamente in sicurezza in un locale di Palazzo degli Anziani». E poi? «Ho già contattato la Soprintendenza alle Belle arti. Sarà necessario un piccolo restauro, sarebbe bello esporle in parte al Museo della Città di piazza del Plebiscito, in parte, chissà, proprio a Palazzo degli Anziani, sede del Comune». Già, un dovere. Sarebbe bello. Finalmente. 

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