Ascoli, suicida in cella l’imprenditore che uccise due ex operai

Donato Capece, SAPPE: "Un ristretto che si toglie la vita in carcere è una sconfitta per lo Stato. I problemi sociali e umani permangono, eccome, nei penitenziari, al di là del calo delle presenze"

Si è suicidato in cella nel carcere di Ascoli Piceno l'imprenditore edile di Fermo che il 15 settembre scorso aveva ucciso a colpi di pistola due suoi ex operai kosovari che erano andati a chiedergli stipendi arretrati.

"La morte di un detenuto intristisce tutti, specie coloro che il carcere lo vivono quotidianamente nella prima linea delle sezioni detentive, come le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria che svolgono quotidianamente il servizio con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità in un contesto assai complicato. Nulla poteva far immaginare cosa avesse intenzione di fare il detenuto che si è ucciso stanotte ad Ascoli Piceno". "Certo, un ristretto che si toglie la vita in carcere è una sconfitta per lo Stato", commenta Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo Polizia penitenziaria.

Per Capece "il suicidio di un altro detenuto in carcere dimostra come i problemi sociali e umani permangono, eccome, nei penitenziari, al di là del calo delle presenze. Lo conferma anche il dato di 20 suicidi di detenuti nei primi sei mesi dell'anno. Non sono peraltro passati che pochi giorni dal suicidio, il 12 ottobre scorso, di un altro detenuto, nel carcere di Como. Altro che emergenza superata, come ci affretta a liquidare la questione sovraffollamento: i drammi e le tensioni in carcere restano, eccome", conclude Capece.

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