Storia del porto, 70 anni fa nasceva la cooperativa Gino Tommasi

E' la storia di una cooperativa nata dalla buona volontà di alcuni giovani anconetani che decisero di costruirsi un futuro sulle ceneri della seconda guerra mondiale. Partirono da ciò che sapevano fare meglio: costruire navi

1965 - Varo del rimorchiatore Luisa Davanzali

Sono passati esattamente 70 anni da quel 19 Novembre 1945, quando alcuni operai occuparono i locali demaniali del porto di Ancona impedendo agli inglesi, arrivati per liberare la città dal nazifascismo, di portare via tutte le macchine e le attrezzature da lavoro. Torni, saldatrici, banchi da lavoro, mole, cavi, trapani, carrelli. Tanti macchinari restarono ad Ancona grazie a quell’intervento e vennero riscattati con i risparmi dei lavoratori. Si partì da lì per dare vita ad una gloriosa cooperativa che rimarrà per sempre un pezzo della storia di Ancona: la cooperativa Gino Tommasi. Un’impresa che nacque da uomini di buona volontà, in cerca di una nuova vita dopo le ceneri della fase bellica. La cooperativa Tommasi prese il nome da una medaglia d’oro della resistenza partigiana al nazi fascismo: l’ingegner Gino Tommasi appunto. La sfida che si proposero i lavoratori non era da poco: entrare a pieno titolo nel mercato della cantieristica, specializzandosi nella produzione di manufatti per navi mercantili. Già dall’inizio, non fu facile aprire i battenti vicino a mostri sacri della metallurgia anconetana come Morini e Castracani. «Lasciateli fare tanto quanto volete che durino?» disse qualcuno, che sbagliò di circa tre quarti di secolo. «E’ stata un’esperienza di grande soddisfazione perché mi ha fatto crescere professionalmente, mi ha dato la possibilità di costruire e crescere la mia famiglia e oggi, che ho 60 anni, mi garantisce una pensione - Racconta Fernando Savino, operaio in pensione che oggi guarda come un innamorato al suo primo giorno in cantiere all’eta di 14 anni - La nostra fu un’impresa perché c’erano uomini di grande intraprendenza in un periodo, quello post bellico, dove prima ti dovevi costruire gli attrezzi per poi usarli e costruire le navi. Io sono pugliese e pur non avendo origini marchigiane, sono orgoglioso di aver partecipato ad una cooperativa che ha contribuito allo sviluppo di questa nostra regione».

La sfida fu vinta alla grande con senno del poi, non senza fatica e momenti di vera crisi, economica e interna al gruppo. Con i necessari prestiti bancari e l’entusiasmo di poche decine di giovani, si cominciò e durante la prima riunione amministrativa, fu eletto presidente il 29enne Sergio Borsoni. Su tutte: la direzione tecnica. Ma Borsoni aveva le idee chiare fin dall’inizio: “Decisi di dirigere e non farmi dirigere - scrive nelle sue memorie - Era necessario scoprire di ognuno le reali possibilità e in mezzo a noi è maturata la soluzione per una vera direzione aziendale. E le capacità sono emerse perché ognuno è stat partecipe. Questa è stata la vera rivoluzione pacifica che ha portato tutti ad essere artefici di una scalata”. 

La prima regola era che il capitale sociale della cooperativa non apparteneva a nessuno. La prima commessa fu per un’impresa dell’allora Unione Sovietica, che aveva commissionato la costruzione di 10 verricelli per scali di alaggio con macchine a vapore. Una commissione da 10 miliardi di vecchie lire. Un bel colpo, che portò la Gino Tommasi ad allargare i propri contatti con armatori e porti esteri. Tanto che tra i primi ingaggi ci fu la commissione per l’armatore anconetano Cesare Davanzali, per cui la Gino Tommasi realizzò un rimorchiatore di più di 30 metri: il Luisa Davanzali, che fino a pochi anni fa era ancora operativo nel porto dorico. Per anni la cooperativa ha costruito di tutto: piattaforme, boe, isole galleggianti, ancore, eliche e varie parti di navi mercantili. Il tutto all’interno di una cornice sociale poco conosciuta, quando gli anconetani erano più soliti frequentare la vita rionale. Al contrario, il mondo della manovalanza portuale era composto dai “marinà de Civitanova”. Contadini del mare, come venivano chiamati, che ad Ancona avevano creato una città nella città affollando gli appartamenti del quartiere Archi e connotati da un modello sociale di famiglia matriarcale dove era la donna a gestire le contrattazioni commerciali.

CANTIERE NAVALE. Fatto sta che negli anni ’60 la cooperativa crebbe, diventando cantiere navale, pur non rinunciando ad operare come officina meccanica. Sempre mantenendo 3 punti fermi: ottime maestranze, poche spese generali e guadagni da investire. Fondamentale fu anche la realizzazione dei cantieri navali nell’area Z.I.P.A., mettendo a disposizione sufficienti scali per l’alaggio ed il varo. Aree dove però furono privilegiate altre realtà che, a differenza della Tommasi, non avevano necessità di stare vicino al mare. Tuttavia quelli furono gli anni del progresso e dell’assestamento. E la storia proseguì con numeri importanti: per la produzione di navi, si passò da 50mila a 220 mila ore di produzione annue, negli anni ’60 si costruivano anche 2 navi all’anno in media, dal 1989 a 1995 furono consegnati 9 rimorchiatori, dal 1995 al 2001 ben 15. Insomma la Gino Tommasi divenne una garanzia della cantieristica di Ancona in tutta Italia, mettendo la firma su rimorchiatori d’altomare che tuttora lavorano  nei principali porti di tutto lo stivale, da Messina a Brindisi, da Napoli a Cagliari, da Ancona a Trieste e Venezia, da Livorno a La Spezia. «Nel suo piccolo la cooperativa Gino Tommasi é stato il fiore all'occhiello della cantieristica anconetana - ricorda Fernando Savino - E lo è stata senza aiuti politici anche se veniva vista come schierata perché faceva parte della Lega delle Cooperative. Io steso negli anni ’90 dovetti andare mettere delle firme per avere i fidi dalle banche e poter lavorare».  

LA CRISI. Arriva negli anni ’80, fatta di cassa integrazione e privazioni rispetto alcuni benefici del passato. E furono anche anni di scontri e polemiche nella cooperativa, quando il presidente Borsoni concesse il grado superiore ai giovani lavoratori non iscritti, quando i pensionati del cantiere continuarono ad avere libertà di voto nelle assemblee quando fu concesso il diritto di acceso al lavoro operaio ai figli di operai della cooperativa in quanto tali. Tanto che ci furono delle defezioni. Poi nel 1990 Borsoni si dimise e subentrò un nuovo presidente Giovanni Caporaletti. Poi arrivò la fine nel 2001. Il motivo? Cerca di spiegarlo Alfredo Carsughi in un suo libro, sostenendo che fu causata anche dalla chiusura improvvisa degli Istituti di Credito e, forse, dal mancato intervento  della lega delle Cooperative. Arrivò anche un manager esterno per cercare di dipanare le controversie tra lavoratori e appartenenti alla cooperativa, ma non servì a molto. La situazione precipitò. Il 9 Marzo 2001, i quotidiani locali titolarono: “Cantieri, arrivano i francesi”. E così finì la storia di una cooperativa che davvero non doveva morire. La storia di operai anconetani che ancora oggi vivono e ricordano quegli anni di duro lavoro, piegati dalle fatiche del cantiere per forgiare il metallo delle navi che avrebbero solcato i mari del mondo fino a chissà quale futuro, consci di contribuire al progresso economico e sociale di Ancona e di un’Italia che fu. 

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