“Stanno tutti bene”: Ruanda, Uganda e Kenya raccontati da Pierfrancesco Curzi

Questo il titolo provocatorio della prima opera letteraria del giornalista anconetano, collaboratore del Resto del Carlino e del Fatto Quotidiano, che ha passato quasi un mese nel cuore dell'Africa segnata dai conflitti

Quando si finisce di leggere l’ultima riga dell'ultima pagina, si ha come la sensazione di tirare fuori la testa dall’acqua. Si riprende a respirare. Si recupera il contato con una realtà dimenticata. Gli occhi tornano a comunicare al cervello l’emisfero in cui siamo. E si ritorna alla realtà. Con una differenza rispetto a prima: quella realtà, la nostra, non ci sembrerà più così perfetta come prima.

E’ la sensazione che si prova dopo aver letto la prima opera letteraria Pierfrancesco Curzi, giornalista anconetano, collaboratore del Resto del Carlino e del Fatto Quotidiano, che dopo aver passato quasi un mese nel cuore dell’Africa, ha deciso di pubblicare la sua avventura in un lavoro che più che un libro è un vero diario di viaggio. “Stanno tutti bene”. Questo è il titolo del libro edito dalla casa editrice anconetana Italic Pequod. Un diario in cui il lettore ripercorre passo passo l’esperienza del giornalista, in solitaria. Attraverso gli occhi del viaggiatore Curzi conosciamo il Ruanda, l’Uganda e il Kenya, seguendo la sua missione, cioè seguire le tracce di conflitti etnici, dittatori sanguinari e crimini contro l’umanità mai raccontati. Su tutti il genocidio della popolazione Tutsi in Ruanda. L’ultimo sterminio del “Secolo dei genocidi”, il più rapido della storia, capace di spazzare via circa 1 milione di persone in appena 3 mesi. Curzi parte da lì, da quella chiesa di Kibuye, in cui nell’aprile del 1994 vennero massacrate più di 11.000 persone, tra tutsi e hutu moderati. La stessa chiesa dove ancora oggi ci sono i vestiti di quelle vittime, monito per le future generazioni, a cui si è ispirato anche il vignettista anconetano Andrea Goroni per creare la copertina del libro. Dunque Curzi tesse un filo che lo porta fino in Uganda, patria del dittatore Idi Amin Dada, fino al Kenya, martoriato da conflitti etnici e religiosi. 

Curzi lei scrive un libro dal titolo “Stanno tutti bene”. Ma stanno davvero tutti bene?

“No infatti il titolo è provocatorio. Non c’entra col film di Tornatore. L’ho scelto perché è provocatorio sotto il profilo della visione che hanno gli italiani di queste terre e del continente africano. 'Tranquilli stanno tutti bene e non arriverà nessuno' dico a chi legge. A maggior ragione oggi, è una presa in giro per i benpensanti che affrontano il tempo delle migrazioni. Il Ruanda è un microcosmo del continente subsahariano. Io vedo l'immigrazione come accoglienza doverosa verso le persone che fuggono da una patria, per arrivare in una terra straniera dove cercano di rifarsi una vita. E’ una questione centrale e noi europei abbiamo il dovere di accogliere queste perone. Ecco allora questo titolo è per dire: Tranquilli stanno tutti bene, come in realtà non è. Quì dentro c’è il genocidio del Ruanda. Un genocidio nato da anni di odio in cui dicevano che dovevano schiacciare gli “scarafaggi tutsi”. C’era tutta un’organizzazione dietro... ma nel libro c’è tutto”.

Lei ama e ci racconta l’Africa, ma punta anche il dito contro l’Europa, giusto?

“Sì perchè noi siamo responsabili. in particolare se parliamo di migrazioni. Secondo me in Ruanda l’Italia non ha interessi. Ma altri come USA, Belgio e Francia sì. Sono europei o partner europei: venissero via, venissero via da Niger, Costa avorio, l’Eni venga via da Nigeria, Gabon, Angola, dove ci sono interessi, dove la gente muore di fame per davvero. Il modo venga via e allora a quel punto, dovessero migrare quì, ne parliamo. Però ora è facile parlare così. No siamo responsabili, per cui l’accoglienza va garantita. L’occidente da una parte prima soffia sul fuoco delle rivoluzioni, e poi ci scagliamo contro i migranti. Io ogni volta che vado in Africa ricevo attestati di amicizia che sono commoventi. Quando ripenso a tante esperienze in Mauritania, Etiopia, Sierra Leone, le augurerei a tutte le persone. Se vai lì c’è poco, ma ricevi così tanto dalle persone, che quando si torna nella nostra società, magari si guarda alle cose con un profilo diverso. Per questo mi arrabbio quando guardo a come vengono trattati i migranti da noi. 

Non pensa di aver esagerato a volte o di aver tolto spazio al vissuto del viaggio?

“Quella parte potrebbe essere letta come opera di moralizzazione, ma non era il mio desiderio. E’ solo quello che penso, un mio sfogo, è il mio essere. E’ la rabbia che emerge dopo aver visto certe cose. Proprio per questo io consiglio a chiunque di fare esperienze simili”.

Come guarda uno che ha fatto le sue esperienze ad una dialettica intorno al caso anconetano del centro profughi alla ex Tubimar?

libro Curzi-2“E’ stato tutto innescato su una notizia non corretta, dove qualcuno  ha parlato di un Cie e ha fatto sì che esplodesse un caso dove tutti si sentono in dovere di dire la loro senza avere la minima idea di quello che succede. Quì si parla di un centro di smistamento, che c’era già ma nessuno aveva detto nulla. Più guardo a tutto questo, più mi convinco che fare questi viaggi sarebbe utile per tutti, per calmierare un po’ i comportamenti e certi commenti. Ma so che é una battaglia persa”.   

Ma torniamo al libro. Si concentra molto sul Ruanda dico bene?

“Devo ammettere che  il mio obiettivo era solo il Ruanda, poi quando ho organizzato il viaggio ho pensato che, già che c’ero, potevo anche attaccarci questi due paesi, facendo un percorso. Io sono andato nella parte Nord-occidentale del Kenya, dove nel 2008 e 2009 c’erano stati scontri tribali, era un 'piccolo Ruanda', per cui aveva un senso passare anche lì. Così come ha avuto senso andare in Uganda, a Kampala, dopo aver letto tanto di Idi Amin. Così ho visitato anche questo paese, andando in alcuni posti dove il dittatore aveva installato le sue prigioni. In Uganda c’è ancora un conflitto regionale, un paese che ha la guerra dentro casa ed è uno dei pochi paesi al mondo dove omosessualità è punita col carcere”.

Come nasce l’idea di fare un resoconto economico e di dare un voto a ogni giorno?

“Io lo volevo togliere ma hanno preferito tenerlo. Dal 1 gennaio 94 ho iniziato un diario personale. Un diario di tutti i giorni dal ’94 a oggi. In questo diario do il titolo della giornata, indico la spesa e do un voto. Guarda caso dopo viaggio nel 2009 ho interrotto il diario. Non ne potevo più e ho pensato che non ci poteva essere occasione migliore per chiudere in grande stile. Così, dopo 15 anni esatti, col viaggio in Ruanda è finito anche il mio diario di vita”.

Prossima tappa?

“Sicuramente andrò in Armenia, perchè l’anno prossimo sono 100 anni dal genocidio armeno”

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