Un solo pasto e 10 ore di lavoro al giorno, migranti e caporalato: arrestato imprenditore

Accuse rigettate della difesa che oggi, in sede di convalida dell’arresto, ha parlato di indagine fumosa rigettando ogni accusa di sfruttamento a carico del suo assistito

Foto di repertorio

Migranti umiliati e sfruttati. Umiliati nel degrado in cui vivevano e sfruttati per le condizioni di lavoro a cui dovevano sottostare lavorando nei campi di uva e pomodori, per portare a casa 200, al massimo 300 euro al mese. Ad accendere una luce sul fenomeno del caporalato nella provincia di Ancona, l’inchiesta del pm anconetano Irene Adelaide Bilotta che ieri ha dato mandato ai carabinieri di Arcevia di arrestare un imprenditore pakistano di 27 anni. Secondo quanto ricostruito dai militari, il pakistato è titolare di una ditta che procaccia lavoratori per altre ditte impegnate nella campagna vitivinicola in corso tra il fabrianese e Fossombrone. Sarebbe stato lui a fornire alle aziende agricole in cerca di manodopera, 9 operai (anch’essi pakistani) a basso costo, pagati appena 5 euro all’ora, per 10 anche 12 ore di lavoro al giorno, senza alcuna sicurezza retributiva e contributiva. Non solo perché, sempre secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i lavoratori stagionali non facevano alcun corso di formazione e lavoravano senza i requisiti minimi per la sicurezza personale. Insomma immigrati, tutti con regolare permesso di soggiorno, alcuni dei quali accolti anche nei centri di accoglienza per richiedenti asilo, vittime di un mercato del lavoro sommerso perché illegale. 

Ma sono tutte accuse rigettate della difesa, curata dall’avvocato Luca Pancotti che stamattina, in sede di convalida dell’arresto, ha spiegato come l’indagine sia fumosa. Per il legale non si può parlare di sfruttamento perché sono tutti migranti con regolare permesso di soggiorno, sotto il profilo contrattuale sono tutti registrati all’Inps, con un regolare contratto di lavoro. «Il mio cliente ha spiegato di pagarli 8 euro all’ora come da salario minimo e che le buste paga non ci sono perché hanno iniziato a lavorare un mese fa - ha detto Pancotti - Non c’è stato neppure il tempo per farle». 

Eppure i carabinieri hanno trovato condizioni di degrado anche nell’appartamento di Serra San Quirico messo a disposizione dei braccianti pakistani da parte del giovane imprenditore. Infatti, sempre secondo l'impianto accusatorio, i 9 lavoratori vivevano nello stesso alloggio, su materassi a terra, mangiavano una volta al giorno e dovevano pagarsi tutto. Alla fine del mese a loro restavano poco meno di 300 euro da inviare in Pakistan e aiutare quelle famiglie per cui avevano deciso di venire in Italia. Infatti, come avrebbe detto una vittima agli investigatori «in Pakistan 300 euro sono tanti soldi». «Non c’è nessuno sfruttamento, sono loro che vivono secondo usi e abitudini inconsuete per noi. Questo non significa che siano sfruttati» ha concluso l’avvocato dell’arrestato. 

L’indagine ha preso il via prima di settembre quando i carabinieri arceviesi hanno fermato un furgoncino con a bordo 3 migranti pakistani che, alla domanda su cosa facessero in provincia, avevano risposto: «Siamo qui per la vendemmia». Dopo due mesi, i carabinieri, insieme ai colleghi dell’Ispettorato del Lavoro di Ancona e Pesaro-Urbino, hanno arrestato il 27enne nella sua residenza di Arcevia con l’accusa di intermediazione e sfruttamento di manodopera, aggravata dal fatto di averlo messo in pratica su più di 3 persone. Stamattina il giudice Alberto Pallucchini ha convalidato l’arresto e accolto la richiesta della Procura di confermare la misura di custodia cautelare in carcere. Per lui anche 8mila euro di multa e la sospensione dell’attività imprenditoriale. 

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