Lui la picchia, lei non racconta tutta la verità al giudice: condannati entrambi

Due denunce, due processi diversi e alla fine due condanne per entrambi, moglie e marito che, in condizioni diverse e in riferimento agli stessi fatti, sono stati l'uno l'aguzzino e la vittima dell'altro

Un'immagine del film cult "La guerra dei Roses"

Lui ha sbagliato perché ha picchiato la moglie, accecato dalla gelosia dopo aver scoperto i tradimenti. E infatti è stato condannato per lesioni personali. Ma ha sbagliato anche lei che, dopo aver denunciato il marito per maltrattamenti (reato dal quale lui è stato poi assolto), di quei tradimenti non ha mai raccontato nulla al giudice. Per questo anche lei è stata condannata, ma per calunnia. 

Due sentenze diverse, che vedono protagonisti 2 anconetani: lui 59 anni e lei 51. All’epoca dei fatti, nel 2011, i due avevano rispettivamente 50 e 43 anni ed erano sposati. Un matrimonio che negli anni si è deteriorato trasformando un rapporto idilliaco, dal quale era nata anche una bambina, in conflittuale. Poi la guerra a colpi di querele e i processi, dai quali è emerso come si possa essere allo stesso tempo vittime e aguzzini. La prima a denunciare fu proprio la donna che, rappresentata dall’avvocato Jacopo Saccomani (foto in basso a destra), trascinò davanti al giudice il marito per averla umiliata, insultata e picchiata a lungo, tanto che l’uomo, difeso dall’avvocato Gianni Marasca (foto al centro), fu accusato di maltrattamenti in famiglia. Alla fine però il giudice monocratico Paolo Giombetti, nel 2014, lo assolse perché non c’era una condotta violenta abituale che volesse portare la donna a continue e prolungate sofferenze fisiche e morali. Fu riconosciuto un singolo episodio di abuso in cui lui, dopo aver trovato la moglie in giro con un altro uomo, l'aveva picchiata. Fu così condannato sì, ma per lesioni personali e al pagamento di una multa di 520 euro. Sentenza poi confermata anche dalle toghe della Corte d’Appello delle Marche. 

Poi fu lui a denunciare la moglie per calunnia nel 2014. Il pm Valentina Bavai (foto a sinistra) indagò la donna perché “incolpava, pur sapendolo innocente, il marito del reato dei maltrattamenti in famiglia. In particolare denunciava di essere stata in più occasioni aggredita, ingiuriata e picchiata dal marito perché sospettava una relazione extraconiugale omettendo ,tuttavia, di riferire che in 2 occasioni la donna era stata in effetti sorpresa dal marito con il proprio amante”. Mercoledì scorso è arrivata la sentenza del giudice monocratico Alberto Pallucchini, che ha condannato la donna a 1 anno, 4 mesi e 15 giorni di reclusione. Il motivo? Non solo aveva denunciato il marito per una cosa poi rivelatasi infondata, ma anche perché aveva omesso il motivo scatenante delle liti familiari: cioè il fatto che lei lo tradisse. 

Infatti nella sentenza il giudice richiama un’interpretazione consolidata per cui

“In tema di calunnia, la falsa accusa può essere realizzata sottacendo alcuni elementi, così da fornire una rappresentazione del fatto  diversa dalla realtà e connotare di illiceità comportamenti effettivamente tenuti dall’accusato, ma in un contesto che li rendeva leciti”

Il giudice precisa anche come le condotte violente dell’uomo non fossero comunque lecite, ma l’aver omesso i tradimenti, “dà una connotazione del tutto differente della realtà dei fatti”. 

Così alla fine, il marito è stato condannato per aver alzato le mani sulla moglie, comportamento comunque "non lecito", come anche richiamato dal giudice. Ma anche lei dovrà scontare un conto con la giustizia, per aver mosso accuse infondate contro il marito, ma soprattutto per averlo fatto senza essere stata sincera proprio nei confronti di quella giustizia, che poi l’ha condannata per calunnia, punendola non per il fatto in sé di aver provocato l’ira del marito praticando una legittima relazione extraconiugale, bensì per averlo taciuto a chi doveva avere il quadro completo per emettere una sentenza. La calunnia è infatti un reato contro il buon funzionamento della giustizia e, anche di fronte a determinati fatti illeciti, non si può mettere in moto la macchina della giustizia senza dare un quadro completo della situazione: così lo Stato si difende dalle false accuse. 

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