Dna, tabulati e un'intuizione: così i carabinieri hanno incastrato la banda dello spray

Non ci sono solo le intercettazioni telefoniche ed ambientali ad aver convinto il Gip a firmare l’ordinanza di custodia cautelare a carico dei 6 componenti della banda modenese dello spray

I carabinieri davanti alla Lanterna Azzurra di Corinaldo

Non ci sono solo le intercettazioni telefoniche ed ambientali ad aver convinto il Gip a firmare l’ordinanza di custodia cautelare a carico dei 6 componenti della banda modenese dello spray. Infatti il giudice per le indagine preliminari, riconosce anche la gravità degli elementi indiziari raccolti dai carabinieri del Nucleo Investigativo che, fin dalle prime ore successive alla strage di Corinaldo, hanno subito battuto la pista della gang, mettendo insieme i pezzi di un mosaico accusatorio fatto di comparazione tra tabulati telefonici, riscontri scientifici raccolti alla discoteca Lanterna Azzurra e un’intuizione investigativa da cui è partito tutto. 

L’intuizione investigativa e l’analisi dei tabulati telefonici

I carabinieri del Nucleo investigativo del reparto operativo hanno subito intuito si potesse trattare di una banda già dalle prime ore della notte della tragedia perché almeno 5 ragazzi avevano denunciato di aver subito il furto di una collanina. Sempre nello stesso modo: 2 o 3 tre sconosciuti gli si appoggiavano dietro rivolti di spalle e poi, da dietro, spuntava una mano che strappava loro la collana dal collo. Nel frattempo spruzzavano lo spray al peperoncino per stordire la vittima ed impedire che potesse ribellarsi o accorgere. Tanto che i pm Paolo Gubinelli e Valentina Bavai contestano l’uso dello spray come aggravante del furto in quanto utile per rendere le vittime incapaci di reagire. L’intuizione è arrivata quando i militari hanno collegato la strage ad altri 2 fatti: alcuni degli indagati erano già stati fermati dai carabinieri a Fabriano il 14 ottobre ed erano stati trovati con un sacco di collane d’oro, risultate rubate in una discoteca. Inoltre sarebbero anche stati a Corinaldo il 31 ottobre per un sopralluogo. Da lì, una incessante ricerca comparativa tra i numeri di cellulare dei sospettati e le celle telefoniche agganciate dagli apparecchi, hanno ricostruito come non solo la banda frequentasse l’anconetano e le Marche nelle notti in cui avvenivano furti di collanine nei locali, ma anche come, i 6 giovani, nelle notte della strage, si fossero spostati da Modena fino a Corinaldo lungo la A14, con due auto che hanno sempre viaggiato a pochi chilometri di distanza l’una dall’altra. Alla fine i loro cellulari erano agganciati alla cella di via Madonna del Piano, a Corinaldo, a partire dalla mezzanotte e mezza, poco prima che alla Lanterna Azzurra si scatenasse l’inferno. 

Lo spray sequestrato e quell’impronta di sudore

Fondamentale per le indagini, come si legge sempre nell’ordinanza del Gip, è stata l’impronta di dna trovata sull’innesco della bomboletta spray al peperoncino trovata sulla pista della discoteca dopo i fatti. In questo caso “è stata la forte e prolungata pressione sul tasto a lasciare un quantitativo di dna utile alla sua estrazione”, consentendo poi ai Ris di confrontare quella traccia con la banca dati e arrivare a Ugo Di Puorto, il cui nome era nell’archivio della Questura di Bologna. Dunque per la Procura dorica non vi sono dubbi sul fatto che sia stato lui a spruzzare il gas. 

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