L'ex tentò di strangolarla: «Uscirà dal carcere e mi ucciderà, ma non mi pento della denuncia»

A distanza di quasi 3 mesi dalla sentenza del giudice Elisa Matricardi, lei ha deciso di raccontarsi ad AnconaToday

A sinistra una foto di repertorio e a destra Mirco Bracaccini

Picchiata con calci e schiaffi. Ancor prima umiliata e mortificata da un uomo che l’aveva convinta di non essere mai all’altezza; colpevolizzata dal peso di ogni fallimento sentimentale del suo passato; sottomessa al volere di un fidanzato che l’aveva sostituita nel suo lavoro, gestendo la sua attività di ambulante e il conto bancario; soggiogata da un uomo che giocava a fare il boss, vantando conoscenze nei servizi segreti e nelle mafie, con il solo scopo di dominarla. Prima era stata ammaliata dal suo fascino, poi, una volta allontanata dai suoi cari, era stata scippata dalla sua indipendenza economica e attanagliata dal ricatto che, se lo avesse lasciato, ci sarebbe sempre stato qualcuno pronto a fare del male a lei o ai suoi figli. “Stai attenta perché dalla galera si esce, da sottoterra invece no” le aveva scritto in uno dei migliaia di messaggi ricevuti da lui sul cellulare o via social Alessandro Calogiuri-2-3network. Ma lei ha trovato comunque la forza di denunciare e, anche grazie al suo avvocato Alessandro Calogiuri (foto a sinistra) e al lavoro degli agenti di Polizia della Squadra Mobile di Ancona e del commissariato di Senigallia, ha resistito all’impulso di tornare da lui quando aveva bisogno di soldi o temeva per i suoi bambini. Oggi ha voltato pagina e, dopo un periodo in una casa protetta, è tornata a vivere, con un nuovo lavoro e un nuovo compagno. Ogni tanto un brivido le percorre la schiena e la fa sussultare: è la paura di un futuro in cui sarà di nuovo libero Mirco Bracaccini, il cuoco stalker che aveva tentato di strangolare la ex con una corda, poi condannato alla pena di 5 anni e 4 mesi per i reati di stalking e maltrattamenti in famiglia. A distanza di quasi 3 mesi dalla sentenza del giudice Elisa Matricardi, lei ha deciso di raccontarsi ad AnconaToday. 

Con la premessa che non glielo chiedo per retorica, ma lei come sta? «Adesso che lui è dentro sto bene. Oggi la mia vita è cambiata completamente, sono lontana dalla mia famiglia, lavoro come badante, sono distante dai miei bambini e posso vederli una volta a settimana, però la mia vita è andata avanti, è regolare e ho un nuovo compagno». 

Cominciando dal passato, come aveva conosciuto Bracaccini? «L’ho conosciuto nel 2000 quando lavoravamo insieme perché lui aveva un negozio di abbigliamento e io una lavanderia, ma siccome facevo anche la sarta, capitava di sistemargli dei capi. Lui era stato sempre bravo con me e così era anche nata un’amicizia, un bel rapporto durato 17 anni, di cui 5 di relazione».

E lei come lo vedeva? «Per me lui era una brava persona, era premuroso, mi stava vicino in un momento difficile con mio marito e mi dava dei consigli, che poi si sono rivelati utili solo al suo scopo: portarmi via dalla mia famiglia. Comunque ha sempre detto di essere stato innamorato di me». 

Ma lei oggi crede a quelle parole, crede che quello fosse amore?

«No, quello non era amore, era solo ossessione. Infatti poi, quando ho iniziato a pensare di tornare dalla mia famiglia, sono iniziate le violenze, come quando mi ha minacciato di morte gettandomi addosso dell’alcol o quando mi ha spento una sigaretta sulla schiena. Nella sua testa ero sua e non potevo andarmene così».

Però fino a quel momento era andata bene? «Sì, lui era sempre stato rispettoso e non mi aveva mai toccata. Lui mi ascoltava, alla fine non mi dava mai ragione e se volevo fare una cosa che non era nei suoi piani, la dovevo fare sempre con lui. Una volta non voleva che andassi a prendere un gelato con mia figlia e quando l’ho fatto, mi ha fatto restare fuori casa. Comunque mi puniva, anche davanti a mia figlia. Ma non alzava le mani. Poi nell’aprile 2018, poco dopo la convivenza, io decido di tornare da mio marito ed è cambiato tutto. E’ stata la prima volta che mi ha mancato di rispetto».

E cosa è successo? «Mi ha picchiata perché voleva che io andassi ad aprire un secondo conto in banca per firmare altri assegni. Io mi sono rifiutata perché mi aveva già fatto indebitare da quando mi aveva completamente sostituita nel mio lavoro, gestendo autonomamente la bancarella. Lui decideva tutto, ma i debiti erano a nome mio e se io volevo mettere dei vestiti in un punto della bancarella iniziavano gli urli perché lui era quello che sapeva come si gestiva tutto. Lui era il boss e io dovevo stare zitta. Queste erano le sue parole: “Il boss sono io”».

LA STORIA - Picchiata per anni dal marito: «Confidandomi ho trovato il coraggio». 

Lui ha sempre sostenuto che i problemi economici in realtà dipendevano dal fatto che lei doveva pagare i debiti accumulati da suo figlio per fare uso di droga. «Non è vero. Non l'ho mai legittimato».

E non ha incominciato a capire che c’era qualcosa che non andava? «Ma quello anche prima, da febbraio, perché dopo la terza denuncia da parte delle sue ex fidanzate, ho cominciato ad avere dei dubbi su di lui».

Perché non si è ribellata alle violenze? «Io dovevo pensare ai miei bambini, non potevo andarmene, per cui dovevo subire tutto questo perché lui mi ha sempre detto che, se lo lasciavo, se la sarebbe presa con loro. Un giorno mi ha detto che mi avrebbe fatto una videochiamata in cui mi faceva vedere come spezzava le gambe a mio figlio. Non potevo permetterlo, quindi subivo».

Ma non ha mai pensato che, al contrario, avrebbe tutelato i suoi figli denunciandolo? «Ma no perché, anche quando facevamo le bancarelle, io vedevo le persone con cui parlava e frequentava. La mia paura era che qualche sua conoscenza potesse fare del male ai miei bambini. E’ sempre stato il mio terrore. Che lui, direttamente o indirettamente, arrivasse a fare del male ai miei figli».

Ma lui cosa le diceva per farle credere di avere questo potere? «Lui mi parlava di amici che stavano nei servizi segreti, che sapevano maneggiare le armi, che conosceva gente che lavorava per la mafia. E lo diceva con una enorme sicurezza, parlando di cose in maniera convincente e io ho sempre subito per i miei figli. Fino a quando non c’è stato l’episodio della corda». 

Quella sera cosa è cambiato? «Per me era finita, anche perché: chi mi trovava nelle zone sperdute del Conero?»

Eppure a giugno c’era stata un’occasione in cui lei aveva trovato la forza di andarsene, di lasciarlo, ma poi ci è tornata. Perché? «Sì, me ne andai perché mi aveva picchiata davanti alla mia bambina di 9 anni e la piccola si era spaventata. Sono tornata per soldi. C’erano i fornitori da pagare e quello era l’unico lavoro con cui ottenevo subito dei prestiti. Inoltre lui si era fatto sentire pentito, diceva che non l’ avrebbe fatto mai più e io ci avevo creduto». 

E infatti le violenze sono continuate. «Sì, la pace è durata 3 giorni. Per 5 mesi non c’è stato un giorno che non mi abbia insultato o picchiata. Ormai ero rassegnata ad una vita senza via d’uscita. Ma le violenze non erano solo gli schiaffi. Solo dopo ho capito che l’isolamento dai miei cari, la dipendenza economica, i giudizi calati per farmi sentire una nullità, in realtà erano il germe della violenza che è arrivata dopo. Io ero arrivata a credere che avesse ragione, che io non capivo nulla, che ero al mondo per caso e ma che in fondo ero una nullità, che ero nulla senza di lui, che io non valevo niente, mi recriminava anche il fallimento del mio matrimonio».

Oggi li sente ancora quei fantasmi? «Io per 7 mesi ne ho sentite tante, mi ha fatto sentire piccolissima. Anche  se qualcuno mi dà della “deficiente” per gioco, a me quella cosa mi rimane in testa, per un attimo torno a sentirmi quella nullità che lui riusciva a farmi sentire tutti i giorni».

Quando è stato il momento preciso in cui ha visto la luce? «Quando sono andata alla Polizia dopo che aveva tentato di strangolarmi e un agente mi ha promesso che ne sarei uscita e che avrebbe avuto cura dei miei bambini».

Promessa mantenuta col senno del poi. «Sì sì, infatti non finirò mai di ringraziare tutti i poliziotti che mi sono stati vicini e l'avvocato Alessandro Calogiuri».

Cosa direbbe alle donne che vivono queste forme di violenza? «Di non avere paura e di fidarsi della giustizia, che è dalla nostra parte. Mirco diceva sempre che se lo avessi denunciato, avrebbe preso 6 mesi e poi sarebbe uscito. Quindi io non avevo il coraggio di denunciarlo perché temevo di fare peggio, che mi avrebbe dato la caccia per tutta la vita dopo una breve condanna».

Invece è ancora in carcere. «Sì, ma vivo nella paura perché comunque lui mi ha sempre fatto pensare di avere degli amici pericolosi, per cui quando vado in giro per Ancona temo che qualcuno mi riconosca e mi possa dire qualcosa. Per quanto oggi mi senta più forte di prima, la paura resta».

“Stai attenta perché dalla galera si esce, da sottoterra invece no”, così le diceva giusto?

«Io sono quasi convinta che morirò quando lui uscirà dal carcere, non si fermerà lì, mi cercherà e finirà quello che ha iniziato. Ne sono convinta. Ora sono tranquilla perché è in carcere, ma la paura resta. Credo che sarò tranquilla solo quando lui sarà sotto terra».

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