Un anno di indagine, 1.200 testimoni e quell'intuizione: «Così abbiamo ricostruito la verità su Corinaldo»

A tu per tu con il comandante provinciale dei carabinieri, Cristian Carrozza, che racconta l'anno di indagine e la svolta che ha portato alla cattura della gang dello spray

Cristian Carrozza

Un’intuizione che ha portato in meno di un anno alla svolta nelle indagini sulla strage di Corinaldo. Il comandante provinciale dei carabinieri Cristian Carrozza, presente al teatro La Fenice di Senigallia per l’incontro “Dovere della responsabilità e diritto al divertimento” dedicato al codice etico, ripercorre i momenti di un'inchiesta coordinata dai pm Paolo Gubinelli e Valentina Bavai (foto in basso a metà articolo), dal momento immediatamente successivo al panico dentro la discoteca Lanterna Azzurra fino all’arresto dei 6 presunti componenti della gang. Una banda sì e l’intuizione è stata proprio questa. Capire che quello che era successo non era stato un episodio isolato, ma la più grave delle conseguenze possibili di una serie di furti dal modus operandi specifico: stordire la vittima con della sostanza urticante per poi strappar via collane d'oro. Esperienza? Intuito di un singolo investigatore? Tecniche di indagine particolari? No, semplicemente analisi degli episodi pregressi. 

Da Fabriano a Corinaldo

«L’intuizione è derivata dall’osservazione dei fenomeni delinquenziali sul territorio- ha spiegato Carrozza- dopo aver capito che quei furti potevano essere legati ai fatti di Corinaldo siamo andati a ritroso, per cercare eventuali episodi simili avvenuti nel nostro territorio. Abbiamo quindi accertato che a ottobre una pattuglia dei carabinieri di Fabriano aveva fermato una macchina con a bordo tre persone, due delle quali sarebbero poi state indagate per la Lanterna Azzurra, che avevano rubato delle collanine da una discoteca del luogo». Il modus operandi non è passato inosservato: per stordire le vittime, la banda spruzzava sostanze urticanti. Da lì è partito il controllo sui tracciati telefonici, che è stato solo uno degli elementi di un’indagine molto più complessa: «E’ stato un lavoro immane che ha coinvolto tutto il Nucleo investigativo di Ancona- continua Carrozza- complessivamente abbiamo dovuto ascoltare oltre 1.200 testimoni, gran parte dei quali presenti la notte della tragedia, poi cercare riscontri con almeno 2.000 pagine di testimonianze. Poi c’erano gli atti dell’indagine vera e propria, cioè l’analisi dei tabulati relativi a migliaia di utenze di cui dovevamo verificare l’appartenenza e l’eventuale interesse nell’indagine. Bisognava ricollegare tutte quelle utenze alle persone». Poi la conferma, almeno nelle tesi accusatorie, che quella gang rappresentava la pista giusta per chiuidere il cerchio sulla strage: «Lo abbiamo capito quando sin dalle prime intercettazioni risultavano riferimenti a Corinaldo». 

Da sinistra Valentina Bavai, Paolo Gubinelli e Monica Garulli-2

La movida dopo Corinaldo

«La vicenda di Corinaldo ha segnato un solco, soprattutto nel comportamento dei gestori – commenta Carrozza- oggi c’è un senso di responsabilità maggiore da parte di chi deve far accedere in discoteca i giovani o nella vendita di sostanze alcoliche, che è vietata per i minori. Per quanto riguarda i giovani sì, l’esperienza della Lanterna Azzurra