Amianto killer alla Tubimar, condannato l'ex amministratore delegato

Per la pubblica accusa non c' è mai stato dubbio su come sia morto Francesco Paolo Fiori perché alla Tubimar del porto di Ancona c'era amianto nella copertura, nei macchinari, nella lavorazione dei tubi e nel reparto zincatura

Di questo processo resterà l’immagine “fotografata” dal pm Mariangela Farneti nella sua requisitoria. Quella dell’operaio della Tubimar Francesco Paolo Fiori che, prima di essere stroncato da un mesotelioma pleurico nel 2002, ha pulito per anni i carri ponte sporcati dalla tettoia diroccata da cui cadevano continuamente detriti. Quando un giorno un suo collega si propose di dargli una mano, gli chiese se fosse normale che venisse giù tutta quella polvere e Fiori rispose che era sempre così. Per l’accusa, quelle particelle erano le fibre dell’amianto che si sbriciolava, mentre per la difesa era semplice polvere. Di questo processo resterà anche la sentenza del giudice monocratico Francesca Grassi, che ha condannato il presidente del cda di Tubimar tra il 1993 e il 1998 A. T. ad un 1 anno e 6 mesi per omicidio colposo. A Patrizia Pierangeli, moglie della vittima, e alla figlia, costituitesi parte civile tramite l’avvocato Franco Boldrini (in foto), resta la soddisfazione di una sentenza e una provvisionale di 140mila euro che probabilmente non arriverà mai perché oggi la Tubimar é in liquidazione. 

ACCUSA. Si è dunque concluso ieri il processo sull’amianto killer all’ex stabilimento della Tubimar del porto di Ancona, per cui è rimasto ucciso Francesco Paolo Fiori, responsabile della zincatura. Per la pubblica accusa non c’ è mai stato dubbio su come sia morto: «Alla Tubimar c’era amianto nella copertura, nei macchinari, nella lavorazione dei tubi e nel reparto zincatura. E l'azienda lo sapeva». Come lo sapevano anche gli operai che, sempre secondo l’accusa, non ricevevano alcuna formazione e informazione sull’amianto. Operai al lavoro senza adeguati dispositivi di sicurezza e periodicamente sottoposti a dei controlli medici che terminavano sempre con una pacca sulla spalla da parte di chi avrebbe dovuto vigilare. Poi il pm richiama quella foto di Fiori mentre lavora in mezzo a tutta quella polvere: «Ma se è vero che basta una sola inalazione per andare in contro alla malattia e che le teorie sulle dosi killer Franco Boldrini-2appartengono ormai al passato, ma di cosa stiamo parlando. Fiori è morto per l'amianto». E arriva la richiesta di condanna a 3 anni

PARTE CIVILE. L’avvocato Franco Boldrini, che aveva chiesto un totale di 900mila euro di risarcimento, ha sposato la tesi del pm Farneti e ha parlato di lavoratori mandati allo sbaraglio. «Sappiamo che il tetto era di amianto e cascava a pezzi, e sappiamo che Fiori lavorava lì. Se fossero state adottate alcune misure di sicurezza, forse non sarebbe morto».

DIFESA. La storica azienda che lavorava nell’indotto della nautica, difesa dall’avvocato Roberto Petringa Nicolosi del foro di Milano, ha sempre respinto ogni accusa. Il suo legale anche ieri ha sottolineato come non vi sia mai stata la prova provata che nel capanno del porto dorico vi fosse amianto perché l’unico sistema di certificazione tramite test di laboratorio è arrivato solo dopo la morte di Fiori e la chiusura dello stabilimento. Per cui per il legale milanese non ci sarà mai una verità da consegnare alla storia che con certezza ci dirà che la malattia dell’operaio dorico sia stata contratta proprio sul lavoro. 

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