Centri massaggi e case del sesso, chiusa l’operazione Chinatown: il clan cinese dominava Ancona

La Procura di Ancona ha chiuso l’inchiesta denominata Chinatown, che vede al centro una cinese, considerata la contabile del racket della prostituzione in case e centri massaggi

Foto di reepertorio

Uno dopo l’altro, gli agenti della sezione giudiziaria della Polizia Municipale di Ancona avevano scoperto case e centri massaggi dove si prostituivano donne, tutte di nazionalità cinese, svelando così un "Monopoli" di beni immobiliari creato dalla criminalità del levante. Valigetta alla mano, i vertici del gruppo firmavano contratti d’affitto per dare il via al racket del sesso a pagamento. Infatti dentro quei locali era stata avviata una fiorente attività di prostituzione con ragazze giovanissime. Schiave da sistemare in appartamenti o da spacciare come professioniste del massaggio. Alla fine la Municipale, condotta dal maggiore Marco Ivano Caglioti, ha messo i lucchetti a 3 appartamenti e 2 centri massaggi. Tutti gestiti da tenutari che, stando alle indagini, rispondevano ad un’unica regia: quella di Lijun Chen, 44enne cinese, arrestata nell’aprile 2018 e considerata dagli investigatori la contabile della prostituzione cinese ad Ancona e nelle Marche. Era infatti lei a gestire il giro di affari da decine di migliaia di euro al giorno. Contabile sì, ma anche vassalla al servizio di chi tesseva i fili di una più vasta rete, le cui tracce si perderebbero a Prato, la città toscana dove la Polizia, nel 2018, aveva smascherato la presenza di una feroce organizzazione criminale: in una parola mafia cinese

Chiusa l’indagine, la Procura accusa la contabile

Così il pm titolare del fascicolo di indagine Rosario Lioniello ha chiuso l’inchiesta denominata Chinatown, che vede indagata la Chen, vero dominus degli affari, come emergerebbe anche dalla perizia sui cellulari sequestrati e setacciati dall’analista forense Luca Russo: quanti clienti, quali prestazioni, il denaro ottenuto, conti correnti e denaro da prelevare e reinvestire, ad esempio con la pubblicità e il marketing. Anche di questo si doveva occupare lei, comprando spazi sui giornali, sulle riviste dedicate agli annunci e sui siti internet.

Il clan domina il commercio, donne come schiave: «Sta con la titolare e mi tocca»

Intanto dietro le mura degli appartamenti a luci rosse, per anni si è consumato un mercato di esseri umani da avviare alla prostituzione. Tutte giovani, tutte cinesi provenienti da Prato, Firenze o direttamente dalla Repubblica popolare. Come in un mercato, venivano continuamente sostituite per rispondere alle sempre più esigenti richieste dei clienti, che facevano guadagnare alle ragazze dai mille ai 4mila euro al mese, anche se gran parte dei profitti finivano nelle tasche delle tenutarie, che poi dovevano portare i conti con la Chen. Alcune ragazze fuggivano, ma non era un problema: i vertici del clan avrebbero avuto il potere di indurre alla prostituzione altre connazionali impiegate in altre attività ad Ancona: sarte, parrucchiere, commesse. Possibile? Già, non potevano rifiutarsi perché, se erano qui a lavorare, lo dovevano alle stesse persone che gestivano anche il racket del sesso. E non ci si poteva rifiutare, soprattutto se il diktat arrivava da un connazionale. Qualche ragazza, diventava carne da macello, aveva meditato la fuga, ma non era facile, come testimoniato dalle parole di una massaggiatrice intercettata dagli inquirenti che, al telefono, racconta:

“I clienti non mi vogliono più, vogliono le ragazze nuove e loro (tenutaria e compagno) chiedono di fare qualsiasi cosa, manca l’asciugamano, metti l’asciugamano, metti a posto questo, metti a posto quello. Non sono la loro serva. Poi lui ha iniziato a toccarmi, sta con la titolare e viene a toccarmi. Non ne posso più”.

I centri massaggi

AL PIANO - Ma per generare tutto quel denaro servivano fondi. Da dove arrivavano i finanziamenti? Forse direttamente da Pechino. La prima casa hot in cui i vigili avevano effettuato un blitz era in corso Carlo Alberto, vicino la chiesa dei Salesiani, dove c’erano 2 ragazze, dirette da una tenutaria già denunciata per sfruttamento della prostituzione in altre città italiane, quando, nel dicembre 2017, è scattato il sequestro del locale. 

A TORRETTE - Poi il centro massaggi di Torrette, a due passi da un asilo nido, chiuso nel luglio 2018. Lì il via vai dei clienti aveva destato non poche lamentele da parte di alcuni residenti, indispettiti dalla vista di ragazze in baby doll per sedurre clienti di ogni genere, pronti a pagare dai 30 ai 70 euro per una prestazione sessuale, che comunque non era mai completa. Secondo le indagini, a gestire il centro alla periferia nord del capoluogo, c’era una donna cinese. Lei, stando all’impianto accusatorio, era nel pieno dell’attività ed era in contatto con alcuni connazionali di Macerata e San Benedetto del Tronto per ottenere dei finanziamenti in vista dell'apertura di un altro centro massaggi ad Ancona. 

Le case hot tra Piano, Pinocchio e Posatora

La Chen dettava anche le regole delle case. Una in via Ascoli Piceno era stata presa in affitto da una coppia cinese, presentatasi con il contante e l’intenzione di aprire un negozio di cucito. Peccato che poi gli inquirenti ci avessero trovato 2 ragazze cinesi che si prostituivano per 50 euro, sequestrando preservativi e giochi erotici. Un secondo appartamento era in via Maggini, poco prima dell’incrocio con via Monte San Vicino. In quel caso si erano presentati al proprietario dell’immobile 2 cinesi, tra cui un uomo con un passaporto rubato. Infine la casa di via Scrima 1, dove si sarebbe data al meretricio una donna cinese, poi fuggita da Ancona e tutt’ora irreperibile. 

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