Alla ricerca di certezze e meritocrazia, la carica degli anconetani all'estero

Si è parlato tanto di fuga di cervelli in Italia e la provincia di Ancona di cervelli ne ha persi tanti. Noi abbiamo raccolto solo alcune delle tantissime storie di persone "costrette" ad emigrare

I volti degli anconetani all'estero

Si è parlato tanto di fuga di cervelli in Italia e la provincia di Ancona, di cervelli, ne ha persi tanti. Noi abbiamo raccolto solo alcune delle tantissime storie di uomini e donne "costretti" ad emigrare in altri paesi dove, sia chiaro, non è tutto rose e fiori. Ma se il tema fondamentale è il lavoro, allora i nostri emigrati all'estero hanno trovato meritocrazia, certezze contrattuali e quella gratificazione frutto della mentalità di chi, ogni volta che assume, lo fa con l'idea di investire nella professionalità. Tornare in Italia? Ci pensano tanti ma sarebbe un compromesso, che nessuno è disposto a fare.

ELENA e LUCA. Si é laureata nel 2008 con 110 e lode in ingegneria meccanica alla Politenica delle Marche, ha lavorato 4 anni come ingegnere strutturista per un’azienda di Jesi a 1.200 euro lordi al mese, mentre inviava curriculum alle più grandi aziende marchigiane, in cerca proprio di un profilo professionale come il suo. Oltre l’italiano parla inglese, tedesco e spagnolo. Ma qui paga bassa, pochi sbocchi e tante ore di lavoro. E così, nel maggio 2013, ha guardato al mercato tedesco dove c'era un'alta richiesta di ingegneri. Infatti è stata subito assunta da un’agenzia collegata alla Ford. Dopo 2 anni e mezzo è arrivata l'occasione con la nota casa automobilistica, che le ha proposto un contratto a tempo indeterminato e oggi lei è la project manager della nuova Ford Kuga. Elena Pieri è anconetana doc e ha 33 anni. «Non mi ritengo un genio ma non è possibile che nell’anconetano non si trovi lavoro e qui in 3 anni si diventi project manager di una multinazionale e responsabile di un progetto globale che coinvolge 3 continenti. Queigli anni ad Ancona giravo l'Europa e mi divertivo, ma dovevo fare i conti con una realtà in bilico, mille ore di straordinario e le mansioni che crescevano senza che lo facesse anche lo stipendio. Il punto è la mentalità con cui si lavora all'estero. Io oggi posso decidere cosa fare, se fare impiegata o inseguire la carriera, se e quando andare in vacanza. A livello professionale sono supercontenta, giro tra l’America e la Spagna, sono realizzata. L’unica cosa è che il tedesco è una lingua difficile e vivo in una città dove su un anno, 300 giorni fa freddo e 200 piove». Tornare in Italia? Non ci pensa proprio. «Ho 33 Elena Pieri e Luca Monopoli-2anni, sono sposata e vorrei mettere su famiglia». Già, con Luca Monopoli, anche lui se ne è andato da Ancona dopo una laurea in International Economics and Business nel 2012 alla Politecnica delle Marche, nel frattempo erasmus in Spagna e un progetto lavorativo in Canada. Dopo la laurea ha fatto uno stage retribuito e, a dicembre 2012, se ne è andato anche lui in Germania. Dopo 7 mesi a Berlino, ha trovato lavoro a Düsseldorf, 40 km da Elena e si è trasferito lì, a Colonia. Da luglio 2013 lavora come web marketing per il mercato italiano e spagnolo in Abebooks, azienda del gruppo Amazon. E in due un eventuale ritorno in Italia è ancora più improbabile. «Chi mi prenderebbe? - chiede Elena - Qui c’è la sicurezza perché se voglio comprami casa posso averla perché qua si investe nelle persone con serietà. E poi in Italia lavorerei il doppio per la metà dei giorni di ferie e stipendio dimezzato. Dello stipendio non frega niente, ci tornerei in Italia ma sai cosa mi direbbero? Che il mio curriculum é troppo impegnativo». Anche perché Elena, negli anni post laurea ci aveva provato ad entrare in qualche azienda importante della provincia dorica, rispondendo proprio a delle richieste di colloquio, ideali per la sua figura. «Un giorno ho provato a togliermi quel pensiero chiedendo a quelle ditte tramite Linkedin come mai a suo tempo non mi avessero nemmeno fatto un colloquio, ma non mi hanno mai risposto». Ma Elena ormai ha un’altra vita e all’Italia cerca di non pensare, anche se è dura perché, come ci ha detto lei stessa, i tedschi sono più chiusi e meno ospitali. Non è una passeggiata. Soprattutto per un italiano, se si pensa che Colonia è considerata dai tedeschi una città di fannulloni, tanto che «loro la chiamano la città più a nord dell’Italia».

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