Le Marche fanno squadra contro il cancro all’ovaio, un percorso uniforma le cure

Presentato a Torrette il Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale che uniforma le cure contro il cancro all'ovaio

Foto di repertorio

La sanità marchigiana fa squadra contro il tumore all’ovaio e le regole di combattimento sono scritte nero su bianco in un protocollo presentato oggi all’ospedale di Torrette. Il PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale) per la gestione delle pazienti affette da neoplasia ovarica fissa criteri di lavoro per i diversi specialisti: oncologi, ginecologi, radiologi, anatomopatologi, medici nucleari e altre figure coinvolte nel percorso terapeutico. La novità? Mentre prima la condivisione di diagnosi e terapie si basava sui criteri della buona colleganza, ora arrivano linee guida e raccomandazioni uniformi che saranno introdotte anche nel piano socio-sanitario in fase di approvazione dalla Regione. L’esempio pratico di come verrà presa in carico una paziente sta nelle “raccomandazioni” elencate nel modello. Nella fase diagnostica, ad esempio, vengono specificati gli esami da eseguire e gli interventi chiave. Stesso discorso vale per la fase della gestione della paziente e nei diversi stadi della malattia. Previsti anche confronti periodici tra i vari specialisti sui singoli casi e l’introduzione dei dati in un database. Una battaglia comune con una lingua comune, in nome della qualità delle cure e della tempestività: «Quello dei tumori all’ovaio è il classico caso in cui vale il detto “la prima cosa che farai condizionerà la vita della tua paziente – ha detto Rossana Berardi, direttrice della clinica oncologica dell’Azienda Ospedali Riuniti e coordinatrice scientifica del progetto – questa è una patologia complessa per la quale la gente chiede risposte fuori regione, con questa proposta di percorso intendiamo invertire la tendenza». 

I dati 

La complessità di questo tipo di carcinoma sta nel fatto che tuttora è difficilmente individuabile in fase precoce. Nelle Marche si registrano circa 145 casi all’anno e corrispondono al 3% di tutte le forme tumorali e a circa il 30% dei tumori maligni dell’apparato genitale femminile. La diagnosi precoce può portare a una sopravvivenza a cinque anni tra il 75 e il 95% dei casi. Ad oggi la statistica prevede una speranza di sopravvivenza del 40%: «Nel 70% dei casi questo tumore è diagnosticato in fase avanzata perché non esiste uno screening, il lavoro di comunicazione fatto dalle associazioni di volontariato è importantissimo- ha detto la dottoressa Rosa Rita Silva - un modello organizzativo di multidisciplinarietà rappresenta il completamento di un sogno». 

Una nuova onlus 

Alla conferenza stampa era presente anche Sandra Balboni, presidente dell’associazione “Loto”. La onlus romagnola avrà infatti un presidio nell’ospedale di Torrette per portare avanti campagne di sensibilizzazione sul carcinoma ovarico oltre al sostegno alla qualità della vita delle pazienti e delle famiglie. Il direttore dell’Azienda Ospedali Riuniti, Michele Caporossi ha detto che: «Nella sanità non rappresentiamo noi stessi ma gli obiettivi primari- ha detto il dirigente- per la nostra azienda il ragionamento di sistema ha portato anche alla recente conferma della certificazione d'eccellenza nei percorsi diagnostico terapeutici assistenziali. Quando si ha chiaro il modo di essere e di agire tutto è più semplice». Sauro Longhi, rettore dell’Università Politecnica delle Marche, ha descritto il modello PDTA come: «una strada uguale per tutti, per un sistema assistenziale come il nostro che garantisce la stessa tutela dall’ultimo dei migranti al Presidente della Repubblica». Andrea Ciavattini (direttore Clinica Ostetricia e Ginecologia) ha riconosciuto indispensabile il modello di cura integrato: «C’è l’esigenza di essere efficaci nell’immediato, ma questa tempestività si deve poi mantenere anche nel resto del percorso come ad esempio nella chemioterapia». Fabrizio Volpini, presidente della IV commissione della Regione Marche, ha spiegato che: «l’assistenza di qualità è importante anche per l’ottimizzazione delle risorse». Roberto Papa, responsabile tecnico-metodologico del progetto, ha posto l’accento sulla differenza tra un PDTA aziendale, che si limita all’individuazione di una singola figura specialistica e all’ambulatorio da contattare, e quello di sistema: «quest’ultimo seleziona le migliori raccomandazioni e linee guida da trasformare in interventi concreti a livello locale». Nadia Storti, direttrice sanitaria Asur Marche, ha spiegato che: «con questo sistema prendiamo in carica la paziente praticamente da casa in poi, in questo documento unico si parla la stessa lingua e ci permetterà di mettere in pratica il percorso adeguato». 
 

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