In fuga dalla schiavitù attraverso il Mediterraneo, la storia di Alaji: «Ascoltateci, possiamo vivere insieme»

Il deserto, la prigionia in Libia, la schiavitù e l'amore trovato in Italia. Alaji racconta la sua storia di migrante e, con una mostra fotografica, quella dei suoi connazionali

Alaji Mady Conta

Si chiama Alaji Mady Conta, è nato a Bignona, Senegal sud-occidentale. Ha 29 anni e delle storie che vuole raccontare. Alle foto, scattate dalla compagna Michela Verdenelli ed esposte nella sede dell’Informagiovani, ha affidato quelle dei suoi connazionali che si trovano ancora in Africa aspettando e sognando un futuro migliore in Italia. La sua fa accapponare la pelle. 

Il deserto 

Alaji aveva solo 20 anni quando ha deciso di salutare mamma, fratello e sorella. Della vita a Bignona, vessata da diverse rapine e difficoltà a mantenersi, non ne poteva più. L’Italia è arrivata inaspettatamente perché il suo sogno era quello di andare in Libia: «Si diceva che c’erano soldi e lavoro, ma la realtà era un’altra» spiega Alaji. Nel Paese allora governato da Gheddafi, il giovane c’è arrivato a inizio settembre del 2010 dopo due settimane nel deserto. Il viaggio è iniziato ad Agades, in Niger, dove comincia la grande distesa del Sahara: «Ho viaggiato su un camion stipato con tante altre persone, ognuno però pensava a sé stesso perché era una questione di sopravvivenza- racconta Alaji- se cadevi difficilmente il camion si fermava, perché sulla sabbia sarebbe stato difficile poi farlo ripartire. Di notte era gelido e stavamo uno sopra all’altro per scaldarci. Avevamo pochi litri d’acqua, non potevamo caricarne molta per problemi di spazio e mangiavamo solo biscotti». 

La Libia e la schiavitù

Il “miracolo” si realizza, Alaji arriva in Libia. Il sogno però si sgretola sotto i colpi della realtà: «Non avevo documenti, non conoscevo la lingua e non trovavo lavoro. Mi ha ospitato un anziano che fortunatamente parlava inglese e ho iniziato a fare lavori in nero». Dopo 5 mesi ecco la guerra civile. «Gli africani venivano arrestati perché si pensava fossero a favore di Gheddafi, io stesso sono finito in prigione per 8 mesi e mi ritengo fortunato, perché l’alternativa era essere ucciso. La cella era talmente piena che addirittura dormivamo in piedi, chi aveva un posto a sedere non si alzava per andare in bagno perché altrimenti non lo avrebbe ritrovato. Bevevamo acqua sporca, mangiavano un tozzo di pane e ci davano una piccola bustina di tè. Ho avuto delle malattie ai denti perché non potevo lavarmeli, la gente moriva». La salvezza, apparente, aveva la faccia di un uomo che cercava schiavi: «Ha chiesto chi poteva lavorare nella sua tenuta agricola alla periferia di Tripoli per raccogliere frutti, io ho alzato la mano. Lavoravo dalle 7 alle 17 gratis, la pausa c’era solo per pregare, andare in bagno o mangiare». Dopo 7 mesi, Alaji ha detto basta, per la seconda volta nella sua vita. «Sono andato da sua moglie, ho detto che non volevo più saperne e che se volevano potevano riportarmi in prigione. La sera è tornato il titolare con due ragazzi, erano tutti armati, mi hanno portato in un punto nascosto sulla costa». Perché?: «Lui mi disse di aspettare la barca e salirci, se no mi avrebbe ammazzato- racconta Alaji- se in città si fosse sparsa la voce che lavoravo per lui evidentemente avrebbe avuto dei problemi. L’intercessione della moglie mi aveva salvato». 

Il mare 

Sul litorale intanto arrivavano altre persone: «Non sapevo se pagavano o se erano state rapite» e in piena notte ecco una carretta in plastica equipaggiata con un motore fuoribordo: «Poteva portare 40 persone, eravamo sopra in 130. Ci è stato spiegato come funzionava il motore, poi ci hanno spinto dove l’acqua era più alta e sparavano in mare per metterci fretta e farci partire.». Due giorni abbandonati in mare: «Il secondo giorno a bordo pensavo fosse il più bello della mia vita, perché mi ero svegliato» poi il contatto con la Guardia Costiera, il Cara di Mineo, i corsi per imparare l’italiano, il permesso di soggiorno, ancora lo studio della lingua in Molise, poi il trasferimento da un cugino che viveva a Macerata. Alaji oggi è disoccupato ma partecipa a diversi corsi come quello di magazziniere o movimento terra. La sua vita è comunque cambiata. In un locale ha conosciuto Michela con cui oggi vive a Chiaravalle: «I concittadini sono un po' chiusi, vorrei capissero che noi vogliamo essere conosciuti per come siamo ma non possiamo se non ci viene aperta la porta e se non si parla con noi. Per l’Italia oggi sono pronto a dare la vita, perché devo dirle grazie e se qualcuno fa del male a un italiano io non resto fermo a guardare». Il pensiero va alla Sea Watch: «Tra quelli che arrivano ci pùò essere qualcuno che domani salverà un italiano o magari la stessa Italia, quella gente va prima di tutto ascoltata». 

La mostra 

Alaji e Michela sono tornati a Bignona nel 2017: «Quando mia madre mi ha visto siamo scoppiati a piangere, ha confessato di non credere che fossi vivo neppure quando parlavamo al telefono» ha detto l’uomo. L’attenzione di Michela è stata catturata da un ragazzo che in Africa, seppure a dicembre, era vestito con pesanti abiti di lana: «Sognava di venire in Europa, con la mente era già qui e diceva di volersi far trovare pronto». Da quel ragazzo è nata l’idea della mostra “Perché partire”, una serie di 20 foto che raccontano l’attesa, la paura e le motivazioni di chi affronta il mare o dei suoi cari. E’ visitabile all’Informagiovani di piazza Roma fino al 4 luglio. «Non sono una fotografa, ho scattato immagini spontanee con il cellulare, volevo scoprire cosa altro c’era da raccontare per portarlo in giro e mostrarlo anche a chi è contrario a queste tematiche». 
 

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