Popolo della Famiglia contro l’eutanasia: «L’unica morte “buona” è quella naturale»

Un convegno per ribadire il no del Popolo della Famiglia all'ipotesi di rendere legale l'eutanasia

Foto di repertorio

«Sono state messe in evidenza conseguenze che i difensori della cultura di morte si guardano bene dal citare». Lo ha dichiarato Fabio Sebastianelli, presidente del Popolo della Famiglia Marche, dopo la conferenza su eutanasia e suicidio assistito che si è tenuta ad Ancona presso il bar Giuliani Sabato 21 settembre. Conferenza alla quale hanno partecipato come Relatori Maria Rachele Ruiu, referente nazionale di Pro Vita e Famiglia (organizzatrice della campagna contro l’eutanasia e il suicidio assistito), Gabriele Cinti, vicepresidente del PDF Marche, Roberto Festa, presidente del CAV di Loreto e Augusto Ciampechini, segretario regionale del Nuovo CDU che nonostante l’impossibilità ad essere presente, ha affidato il suo pensiero a un messaggio scritto. 

«Da quanto esposto dai relatori sono emersi molti lati preoccupanti» ha spiegato Sebastianelli, che è poi passato all’elenco: «L’ Italia è un paese con un gran numero di anziani, un buon numero dei quali, soli ed incapaci di decidere autonomamente, diversi di questi sono affidati agli amministratori di sostegno che ne curano gli interessi e ovviamente sono un costo per l’ente che se ne deve occupare se come spesso capita l’anziano è inserito in una casa di riposo. Se venisse depenalizzato il suicidio assistito, cosa impedirebbe a chi esercita la tutela di chiedere, previo parere medico, il suicidio assistito dell’anziano, in particolare se quest’ultimo non ha lasciato nessuna disposizione? Altro punto è quello della libertà di scegliere- continua la nota stampa- la scelta fatta da una persona costretta dal dolore o dalla malattia, può essere considerata libera? Può uno Stato civile permettere ad un cittadino di morire piuttosto che assisterlo e accompagnarlo nella sua malattia eliminando il dolore e/o la solitudine? Esistono malattie inguaribili ma non incurabili – prosegue la nota- il paziente può essere accompagnato con cure e terapia del dolore nel cammino che lo porterà alla sua morte naturale, l’unica che può essere definita “buona” è quella con vicino i suoi cari che lo custodiscono con affetto fino alla fine. Ci sono esempi di persone vissute per anni paralizzate dal collo in giù che hanno potuto accettare la loro condizione e lottato fino alla fine, perché circondate dalle cure e solidarietà dei sanitari che le seguivano e soprattutto dall’ affetto dei loro familiari. Investire nellaricerca e nelle terapie del dolore e cure palliative, sostenere le famiglie di malati gravi, disabili o anziani, permettendo loro di potergli stare vicino e accudirli. Questo è il dovere di uno stato civile e non facilitare la loro morte». 


 

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